Storia della Farmacia

l'officina delle curiosità

Farmacisti, ciarlatani e cerusici

Accanto alle due figure classiche, il farmacista ufficialmente riconosciuto ed i raccoglitori di erbe popolari, esiste o è esistita pressoché in tutte le società organizzate, la figura del farmacista itinerante.

Farmacista-guaritore itinerante - Mercato di Dakar, Senegal, 2010

Parte meno nobile nella storia della Farmacia, quella del farmacista ciarlatano fu figura niente affatto univoca, dalle mille sfaccettature, che nasceva e prosperava autonomamente, di solito senza alcun avallo esplicito da parte delle autorità sociali, se non per limitarne il campo d’azione.
In occidente i “medici-farmacisti itineranti” continuarono ad esercitare la loro attività di terapeuti fino alla fine dell’Ottocento; giravano di paese in paese, di piazza in piazza, di mercato in mercato e a quanto risulta, molte volte, ammirati e seguiti dal pubblico.
Farmacista itinerante di etnia Hmong. Mercato di Phonsavan, Laos, 2008

Farmacista itinerante di etnia Hmong. Mercato di Phonsavan, Laos, 2008

Spesso tollerati dalle autorità, qualche volta anche protetti, erano combattuti e disprezzati pubblicamente senza tregua dagli apotecari dotti che avevano ricevuto riconoscimento ufficiale con l’assegnazione della “piazza” a loro esclusività. Tuttavia è storicamente accertato, che questi ultimi abbiano raccolto piante, utilizzato pratiche, ricette, procedimenti anche su ispirazione di questi farmacisti ambulanti e che addirittura si siano sostituiti a loro nell’arte di vendere farmaci ed elisir “porta a porta”.

Dal Medioevo in poi questa sorta di terapeuta girovago ha avuto molte denominazioni, indicanti capacità e ruoli diversi, ma che a causa della loro condotta spesso al limite della legalità e ad opera di medici e speziali, organizzati in corporazioni per la difesa del monopolio dell’esercizio del proprio mestiere, sono stati nel tempo raccolti e trasformati in epiteti ed espressioni di disprezzo.

Pieter de Jode I (1585-1634) - I due ciarlatani

Pieter de Jode I (1585-1634) - I due ciarlatani


I ciarlatani, cerretani, ciurmatori o ciurmadori, empirici, montimbanchi, norcini, nursini, sono gli stessi che in latino erano chiamati circulatores o agyrtae. Quest’ultimo termine deriverebbe dal greco e significa riunire, raccogliere. Cerretani invece sembra si riferisse agli abitanti di Cerreto in Umbria, paese da cui, per molto tempo, provennero i terapeuti di questo tipo.
MOLENAER, Jan Miense, Olio su tela, c. 1630

MOLENAER, Jan Miense, Olio su tela, c. 1630


Non si deve confondere la figura dell’empirico medievale che quasi sempre era un itinerante non doctus e cioè non formato nelle università o nelle scuole di medicina, con il medico appartenente alla scuola degli empirici, che si fa invece risalire a Serapione d’Alessandria, del secondo-terzo secolo avanti Cristo. Questa scuola era contrapposta a quella dei dogmatici o dei razionali, che riconoscevano come capostipite Ippocrate. La scuola dogmatica anteponeva la ricerca della causa della malattia all’osservazione sia della malattia stessa che degli effetti delle terapie. Gli empirici invece esaltavano l’importanza dell’osservazione e dell’esperienza, disprezzando le speculazioni filosofiche e l’astrazione operata dalle dottrine razionali.

Data la maggiore importanza ed il maggior potere esercitato a livello sociale dai medici razionali o dotti, il termine empirico divenne, specialmente in letteratura, sinonimo di ignorante praticone e quindi molto spesso venne associato a quello di ciarlatano, anch’esso reso ben presto espressione dispregiativa. Infatti inizialmente il titolo di ciarlatano non era denigratorio, indicava appunto il farmacista-terapeuta girovago che, giunto in una nuova piazza, montati banco e scaffalature, si faceva riconoscere decantando pubblicamente le proprie capacità.

Karel Dujardin (1622-1678), Ciarlatano in paesaggio italiano, olio su tela - Museo del Louvre

Karel Dujardin (1622-1678), Ciarlatano in paesaggio italiano, olio su tela - Museo del Louvre


Anche se abitualmente la figura del ciarlatano è associata a quella dei medici itineranti e non a quella dei farmacisti, questi personaggi erano soprattutto raccoglitori di erbe e serpenti , preparatori e venditori di elettuari, di pozioni, di unguenti, di elisir, di antidoti, pertanto devono considerarsi molto più vicini ai secondi che ai primi.
Essi dovevano la loro preparazione professionale a conoscenze tramandate in famiglia, ampliate ed accresciute sul campo, nel corso della loro attività osservando il lavoro di altri apotecari, empirici o terapeuti.
Cries of London, 1688 ristampa c. 1750

Cries of London, 1688 ristampa c. 1750

A volte avventurieri, a volte personaggi dalla morale non proprio integerrima, li troviamo al seguito di eserciti o di bande armate, o imbarcati sulle navi, dove esercitavano, come attività aggiuntiva, quella di guaritori o ciurmatori. In un processo per stregoneria, nel 1591, nella Repubblica di Venezia, ne ritroviamo uno, un certo Pasqualino Vio, marinaio, che confessa di essere esperto nel segnare le ferite e le febbri e di aver segnato in mare i compagni di viaggio.

La specialità più singolare dei cerretani era l’impiego dei veleni animali a scopo terapeutico. Molti di essi sapevano quindi catturare i serpenti velenosi, estrarre loro il veleno, manipolarlo e somministrarlo ai malati evitando di produrre effetti dannosi. Altre specialità molto in voga, erano pozioni e elisir ricostituenti che, in una realtà di sottoalimentazione e di pesanti condizioni di vita e di lavoro, potevano rivelarsi preziosi.

Già nella Grecia antica, dove erano distinti ed ufficialmente riconosciuti medici sacerdoti, ad esempio gli asclepiadi, e medici laici, esisteva un buon numero di terapeuti itineranti che sembra fossero tra l’altro buoni conoscitori della magia e delle arti magico-terapeutiche.

Copia a china da Rembrandt, 1831

Copia a china da Rembrandt, 1831

Platone riporta che Socrate chiese a Carmide di liberarlo da una cefalea con una certa erba e con alcune parole magiche che sembra quest’ultimo avesse imparato da un medico tracio, evidentemente un itinerante. Gli agyrtse invece, il cui arrivo era sempre atteso da numerosi malati, conosciuti come sacerdoti del culto di Cibele e di Iside, conoscevano le formule magiche ed erano famosi sia per saper curare le malattie e restituire la fecondità alle donne sterili, sia per attirare la pioggia o far tornare il sereno. Sembra non chiedessero compensi fissi ma offerte libere in cambio dei consigli e delle prescrizioni fornite ai gruppi di persone che si raccoglievano loro intorno.
Alcuni di questi ciarlatani greci lasciarono libri di medicina ora perduti, che non si sa se siano stati scritti da loro stessi o da altri su loro indicazione. I loro libri furono utilizzati in seguito per trarne indicazioni di medicina e quindi possiamo supporre che fossero ritenuti utili ed attendibili.

Nell’antica Roma vi era una grande affluenza di terapeuti itineranti. Molti di essi per convincere la gente dell’efficacia dei loro antidoti portavano con sé serpenti velenosi dai quali si facevano mordere per mostrare l’efficacia delle proprie pozioni oppure per dimostrare di essere immuni dal veleno, tale uso si conservò per tutto il Medioevo ed oltre. A Roma tra i ciarlatani erano particolarmente rinomati i Caldei ed i Babilonesi che applicavano l’astrologia alla medicina. Questi erano soprattutto famosi per la cura della gotta, che sembra usassero curare in un modo particolare, ricoprendo le parti malate con una pelle di leone scorticato di recente.

Con l’avvento del cristianesimo gli imperatori presero ad avversare i ciarlatani, i matematici (nome col quale si designavano allora gli astrologi) e gli esperti di magia. Lo storico Ammiano Marcellino, ci riporta che Valente fece condannare a morte come maga una donna che si diceva conoscesse il metodo segreto di curare le febbri intermittenti tramite il canto.
A partire dal Mille molti ciarlatani vennero in contatto con le pratiche alchemiche e spagiriche tramandate nella cultura mediorientale, così ebbero modo di venire a conoscenza dell’impiego terapeutico di composti chimici e spagirici, di cui è testimonianza l’uso del vetro di antimonio (ossisolfuro di antimonio) come vomitivo nei casi di avvelenamento. E poiché le leggi cittadine vietavano agli speziali di vendere prodotti medicinali che non fossero prescritti da medici iscritti alla corporazione, dobbiamo presumere che i ciarlatani fossero in grado di preparare da soli questi composti.

Ma l’attività farmaceutica principale o meglio specifica dei cerretani era la preparazione e la somministrazione degli elettuari composti o lattovari, che corrispondevano a quei tipi di medicamenti che i greci avevano chiamato per lo più antidoti. Appartenevano a questa categoria la teriaca e l’orvietano, medicamenti famosissimi in tutta Europa. I ciarlatani vendevano o facevano vendere da montimbanchi questi elettuari su licenza frequentemente concessa dalle autorità.

Le Marchand d'Orvietan de campagne, stampa del XIX sec.

Le Marchand d'Orvietan de campagne, stampa del XIX sec.

L’orvietano era una specialità medicinale non contemplata nelle farmacopee ufficiali, la sua composizione era segreta, ed al pari della teriaca era composto da un gran numero di sostanze.
Questo prodotto comparve sul mercato intorno al diciassettesimo secolo e non si conosce il suo inventore, anche se molte sono le ipotesi.
Alcuni hanno fatto risalire l’invenzione ad un certo Cristoforo Contugi ciarlatano che si faceva chiamare appunto l’Orvietano e che mise in vendita l’elettuario a Parigi. Altri, come ad esempio il Corsini, hanno riportato il caso di Girolamo di Ferrante, detto anch’esso l’Orvietano, che nel maggio 1609 aveva indirizzato una supplica ai Signori Otto di Balia della città di Firenze per poter avere il privilegio di montare in banco con la sua compagnia e vendere personalmente o tramite un certo Jacopo di Giuseppe Talavino, detto il Tedeschino, per tutti gli stati del Serenissimo Granduca, il suo segreto contro i veleni.
La supplica fu accolta favorevolmente e la concessione fu regolarmente iscritta nel libro delle matricole e delle licenze rilasciate dal Collegio Medico. Resta da vedere se quello stesso segreto contro i veleni fosse o divenisse l’Orvietano che fu poi venduto su tutte le piazze da un gran numero di cerretani fino ai primi decenni del 1800.
Bernardino Mei, Il Ciarlatano (1656).

Bernardino Mei, Il Ciarlatano (1656). La tela mostra un vecchio ciarlatano seduto su un banchetto in Piazza del Campo a Siena . Ai suoi piedi gli strumenti del suo lavoro: fiale, rimedi, brocche e un volantino pubblicitario riguardante "L'Olio dei Filosofi". Singolare la cintura in stoffa che ricorda le fattezze di un serpente.

A partire dal 1600 i ciarlatani presero a pubblicizzare i loro composti medicinali con volantini stampati che precedevano o accompagnavano il loro arrivo nelle città e nei paesi. Nei volantini, che in seguito divennero anche manifesti da affiggere sui muri, erano riportati i privilegi, i brevetti del tempo, concessi dai sovrani o dalle autorità statali, insieme alle approvazioni dei Collegi dei medici o dei protomedici. Le approvazioni dei Collegi erano il nulla osta obbligatorio per poter vendere il preparato. Per poter ottenere il nulla osta dei Collegi, i ciarlatani dovevano comunicare la composizione dei preparati e dovevano sottoporli all’esame dei rappresentanti del Collegio fornendo credenziali e referenze sulla loro efficacia ed assaggiandoli essi stessi per provarne l’innocuità. Infine dovevano pagare una tassa al Collegio.

Questa situazione ci pone di fronte due paradossi.

Il primo è che, soprattutto nel Medioevo, le preparazioni dei ciarlatani erano considerate più sicure di quelle delle spezierie ufficiali prescritte dai dottori medici, se non altro per la loro assenza di tossicità in quanto provati pubblicamente, mentre le prescrizioni mediche erano di fatto assolutamente arbitrarie, spesso estrapolate da testi antichi, senza alcuna verifica su efficacia o innocuità e il cui allestimento dipendeva direttamente dalle allora non controllabili doti di capacità ed onestà dello speziale.

Il secondo è che i medici, mentre controllavano strettamente l’operato dei ciarlatani, ricavandone tra l’altro evidenti vantaggi economici, erano poi i principali denigratori del loro operato. Difatti, si ha notizia di “Medici dotti” che ricorsero alla figura del “montimbanco” per distribuire i propri preparati medicinali al di fuori del circuito degli speziali ufficiali. Sembra essere questo il caso per il quale Lodovico Ariosto scrisse L’erbolato che sarebbe stato poi recitato dai saltimbanchi che univano all’attività teatrale, quella di venditori di rimedi farmaceutici.

Assai spesso erano i governi ad acquistare dai ciarlatani le formule dei preparati. L’acquisto di una formula di teriaca da parte della Repubblica di Venezia è il caso più famoso ed eclatante. La produzione della teriaca veneziana contribuì non poco alla ricchezza di Venezia. Riporta il Castiglioni, storico della medicina, che il parlamento inglese approvò l’acquisto di un rimedio contro il mal della pietra, da parte del governo presso Giovanna Stevens, ciarlatana, che l’aveva messo a punto e ne manteneva il segreto. Questa situazione ci indurrebbe a pensare che i ciarlatani dovessero la loro pur non facile esistenza ad una effettiva capacità terapeutica.

Il callista cieco, incisione di F. Villamena (1522-1624). Il serpente raffigurato in basso a sinistra è distintivo dei cerretani.

Il callista cieco, incisione di F. Villamena (1522-1624). Il serpente raffigurato in basso a sinistra è distintivo dei cerretani.

Un componente fondamentale dei lattovari e degli antidoti in genere era, come per la teriaca, la carne dei serpenti velenosi, che, per servire allo scopo, dovevano prima essere catturati. I migliori e più rinomati cacciatori di serpenti velenosi erano i Marsi, un’antica popolazione abitante una zona montuosa vicino al lago del Fucino.
Molti cerretani si proclamavano discendenti dei Marsi, abitanti della Marsica, come quei cacciatori di serpenti che fino a qualche decennio fa si vedevano girare per le città dell’Italia meridionale con scatole piene di serpenti dal cui veleno si dicevano immuni.

Ora non si pensi che questo utilizzo del veleno di vipera fosse esclusivo di questi terapeuti popolari girovaghi. Fino all’inizio dell’Ottocento era la norma trovare, in vendita nelle farmacie ufficiali, oltre alle consuete mignatte, le vipere vive.

Oltre a antidoti, ricostituenti e elettuari i ciarlatani distribuivano, come ci racconta un medico avverso:
polveri per uccidere vermi, misture per il mal di milza e padrone, che così nominano il dolor colico o altro grave dolore che infesti gli huomini, olii per guarir doglie vecchie e sordità antiche, liguori polveri o radici per levar dolor de’ denti, unguento da rogna, pomata per guarir le setole e buganze (per buganze o perniore si intendevano le fessurazioni della pelle delle mani e dei piedi causate dal freddo)

Un contemporaneo, che, senza operare distinzioni, è critico nei confronti dei ciarlatani , ci racconta il metodo utilizzato dai montimbanchi:

Dou Gerard, Il Ciarlatano - 1652

Dou Gerard, Il Ciarlatano - 1652

Comparisce alle volte in una Città una Compagnia di questi Galant’huomini: conducono seco Donne bene all’ordine, e della lor professione; perché senza Donne stimano di dar in nulla, et essere giudicati Comedianti degni di poco plauso: spargono voce di voler servire al pubblico, vendendo eccellenti segreti, e facendo belle Comedie; e tutte, per dar spasso, e piacere, e senza pagamento: eleggono luogo nella publica piazza: ove composto un palco, vi salgono à fare prima il Ciarlatano, e poi il Comediante. Ogni giorno a hora comoda comparisce in quella scena bancaria un Zanni (Arlecchino), ò altro di simil fatta; e comincia, ò sonando, ò cantando ad allettar il Popolo al circolo, et all’udienza: poco dopo si fa vedere un’altro, e poi un’altro, et anche spesso una Donna: e quivi tutti insieme con zannate (arlecchinate), ò con altro fanno un miscuglio di popolari allettamenti: quando ecco viene il principale, che è lo Spacciatore del secreto, e l’Archiciarlatano: e con buona maniera s’introduce alla lode grande, et incomparabile del suo maraviglioso medicamento; di cui fattosi buono spaccio, e radunati i soldi, si termina quella vendita principale; dopo cui un altro Ciarlatano comincia la sua, se prima non l’ha fatta; e poi anche la Signora spaccia i suoi moscardini, ò qualche altra gentilezza: alla fine si avvisa al popolo così :
Horsù la Comedia si comincia, la Comedia, e serrate le scatole, e levati i bauli; il banco si cangia in scena, ogni Ciarlatano in Comediante; e si da principio ad un dramatico recitamento, che all’uso comico trattiene per lo spatio di circa due hore il Popolo con festa, con riso, e con solazzo.

Se queste esibizioni erano state studiate per imbonire gli appartenenti ai ceti più bassi, i ciarlatani ebbero modo di farsi propaganda presso le corti di tutta Europa, più preoccupate ad assaporare i frutti aurei del giardino delle Esperidi che della salute dei loro sudditi, con spettacoli e rappresentazioni “ad hoc”. Esemplificative sono le prove di Trasmutatione de’ Metalli in voga tra Seicento e Settecento come quelle compiute sotto l’egida di Cristina di Svezia a Palazzo Farnese, quelle promosse da Federico II oppure, in tempi più recenti, quelle di Giuseppe Balsamo, Conte di Cagliostro. Naturalmente nessuno si dava la pena di controllare la presenza di una doppia intercapedine nei crogioli o di altri espedienti, pena il diniego del “Filosofo” operatore.

Questi spettacoli a volte erano realmente attraenti ed anch’essi possono essere stati molto famosi come alcuni medicamenti dei cerretani. Così come divenne celebre l’elettuario Orvietano, usato per un gran numero di malattie, acquistò fama Tabarin, il capocomico del ciarlatano francese Moudor, il cui nome tra l’altro, tradotto secondo la cabala fonetica, è di per sé tutto un programma: montagna d’oro.
Tabarin, che teneva spettacolo a Parigi al Pont Neuf, divenne tanto famoso da dare il nome ai locali notturni della Parigi della Belle Epoque.
Il Pont Neuf ha visto molto nei secoli scorsi ed anche di abbastanza inquietante in tema di ciarlataneria; è il caso del microscopio con il quale il ciarlatano Boyle nel 1727 vendeva il suo specifico. Il microscopio era stato inventato da poco e quello di Boyle si diceva fosse truccato con grande abilità per mostrare ciò che il ciarlatano voleva.
La storia è riportata da un medico, Astruc, che ritenne di aver scoperto il trucco, peraltro descritto come ingegnoso, ma non si sa se dare più fiducia a Boyle o ad Astruc.
Dunque il ciarlatano mostrava al microscopio come nel sangue delle persone, malate di certe malattie, vi fossero degli animaletti strani, invisibili ad occhio nudo. Sempre al microscopio mostrava che, posta una goccia del suo elettuario insieme al sangue, si manifestavano degli altri animaletti voracissimi che mangiavano i primi. Era questa, egli diceva, la prova dell’efficacia profonda di un vero medicamento. Astruc nel suo libro dimostra, con una dettagliata spiegazione, che il microscopio è in realtà un attrezzo ben truccato. Ma questo non chiarisce le cose: fu infatti veramente la fantasia o l’ingegno della necessità che fece inventare un mondo microbico o furono conoscenze precedenti di altro tipo? E fu sempre la pura fantasia a far giocare con il concetto di antibiotico, a quel tempo ancora ben al di là da venire?
Come diceva il Pazzini:

se egli avesse venduto penicillina, streptomicina o qualunque altro simile rimedio, si sarebbe espresso, presso a poco, nello stesso modo.

Il ciarlatano, Ecomuseo del Comune di Cerreto di Spoleto

Forse varrebbe la pena di indagare meglio con spirito privo di pregiudizi.
I medici accademici, una volta ottenuto il riconoscimento della propria attività quale arte liberale, presero naturalmente a difenderla contro qualunque tipo di concorrenza diretta o indiretta e iniziarono la lotta incessante e mai conclusa contro il cosiddetto esercizio abusivo. Riportiamo qui alcune righe di Andrea Corsini del suo Medici Ciarlatani e Ciarlatani Medici:
Esercizio abusivo che, se è necessario per stabilire la distinzione fra ciarlatano medico e medico ciarlatano, non è da solo un equivalente del ciarlatanismo. Un acconciatore di ossa, il quale modestamente, per pratica acquisita, rimetta a posto un’articolazione lussata, se esercita abusivamente non è però un ciarlatano,- mentre è ciarlatano anche un medico che promette guarigioni impossibili, o si comporta non seriamente di fronte ai propri clienti ed al pubblico. Abbiamo infatti veduto ai tempi nostri, per varie ragioni, diminuire l’esercizio abusivo, mentre dobbiamo constatare che la ciarlataneria è rimasta la stessa,- ciò perché ai vecchi praticanti ed ai ciarlatani medici si sono andati sostituendo molti…. medici ciarlatani!

Indubbiamente l’attività del ciarlatano era pericolosa anche per lo speziale ufficiale per due motivi: da una parte perché la figura del ciarlatano imbroglione faceva perdere credibilità alla categoria, dall’altra perché ciarlatani seri e capaci di ottenere risultati terapeutici evidenti potevano rappresentare concorrenza dannosa e paragoni a tutto svantaggio della figura del apotecario abilitato.
Che il pericolo fosse reale lo si può chiaramente verificare in molti atti, come nel bando lucchese del quattordicesimo secolo, riportato dallo storico della medicina Viviani, con il quale dei cerusici chiamavano presso il loro albergo i clienti per dare consultazioni:

3 giugno 1346. Bandisce e notifica da parte di Maestro Francesco et di Maestro Bonagratia delli Scolli da Parma, maestri cerusici: A ciascuna persona di qualunque condizione sia, la quale fosse infermo o difettuoso d’esser rotto, crepato, o di male di pietra e si voglia fare curare delle dette infermità o malatie, o di qualunque altra malaria, la quale curare si potesse per l’arte della cerusia, comparisca domani da loro allo albergo di Ugolino da Beverino posto in porta San Donati: sapendo che detti Maestri intendono curare ciascheduno che a loro andrà, delle dette infermità et malatie, alle loro proprie spese senza alcun pagamento ricevere, fino a tanto che non sono liberati et guariti. Attenendo i patti tra loro promessi e fatti; et al ricco per denari secondo la sua infermitade et facultà et al povero per gratia et per l’amore di Dio.

A questi bandi si sovrapponevano le grida dei magistrati di sanità che avevano il compito tra gli altri di impedire l’abuso delle professioni medica e farmaceutica. A tale proposito una grida dello Stato di Milano del 1511 dice:

(…) per la presente si fa pubblica grida e comandamento che non sia fisico, cerusico né sia altra sorta di persona qualsivoglia, che presuma medicare né implicarsi in medicare persone di qualunque sorte si sia, se non siano collegiati dal Venerando Collegio di fisici di Milano, salvo con buona licenza dell’ufficio della sanità (…) et chi accuserà tali contraffacienti, avrà la quarta parte della condanna e sarà tenuto segreto.

Ma le minacce, evidentemente, non erano sufficienti ad arginare un fenomeno connaturato con la realtà del tempo, se più di centocinquanta anni dopo un’altra ordinanza del Protofisico Generale Honorato Castiglione prescrive l’obbligo per i medici di presentare ai signori Luogotenenti la licenza da lui rilasciata e proibisce, qualora ne fossero sprovvisti

(…) a verun: cerettano, circonforaneo, montimbanco, cavadenti o altra persona di qualsiasi stato, grado e condizione il fabbricare, vendere né far vendere pubblicamente né privatamente sorte alcuna de’ medicamenti semplici o composti per uso esteriore né interiore. Proibisce inoltre a detti cerretani il prender per bocca veleni di sorte veruna, né tagliarsi, né scottarsi, né farsi morsicare de vipere né parte alcuna del corpo, acciò da tali esperienze non resti maggiormente ingannato il volgo.

Incisione tratta da "Le chirurgie françoise recueillie des antiens médecins et chirurgien. Avec plusieurs figures des instrumens necesseres pour l’opération manuelle", Paris, 1594

Ma l’ambito d’azione dei ciarlatani non si fermava alle sole pratiche connesse all’allestimento e alla vendita dei farmaci anche se questa caratterizzazione corrispondeva alla parte preponderante del loro operato.
Durante il Medioevo, i medici (magistri, fisici, medici fisici e soprattutto dottori in medicina) erano considerati accademici, parlavano e scrivevano in latino, avevano cattedre universitarie e prestavano servizio alle corti dei papi e dei principi. I chirurgi empirici, magistri in chirurgia, di solito non conoscevano che il volgare, molto raramente il latino, erano spesso itineranti ed erano addestrati di padre in figlio ad eseguire atti operatori talvolta tenuti segreti. Si recavano da un paese all’altro, praticavano la pericolosissima operazione della calcolosi vescicale, che allora si chiamava mal della pietra, operavano ernia, cataratta e talvolta si cimentavano anche in operazioni più gravi e difficili, non solo ad esito infausto (che erano aimè la maggioranza) ma anche risolutive, cosa che dimostra un alto grado di perizia e … di coraggio.
Riporta in proposito lo storico Sprengel:

Al principio del secolo quattordicesimo i chirurghi si astenevano dalle operazioni più rilevanti, occupandosi di queste i cerretani; e il De Vigo e Giambattista Selvatico italiani, benché chirurghi, affidavano la trapanazione, l’estrazione della cateratta od altro ai barbieri e ciarlatani fra i quali era celebre da un secolo e più, una famiglia di Milano detta dei Norsini, per destrezza e perizia litotomica. Verso la metà del secolo quindicesimo, uno di loro recossi in Francia ed apprese l’arte da un certo Colot il quale stava attendendo di mettere in pratica il metodo da lui proposto. Ciò avvenne nel 1474 in un franco arderò nativo di Meudon, condannato a morte il quale soffriva sintomi calcolosi. I chirurghi esposero a re Luigi XI che se fosse permessa l’operazione in questo malfattore e riuscisse, gioverebbe per salvare altri da morte. Colot eseguì l’operazione con successo, e salvò il condannato dal calcolo e dal castigo.

Particolarmente abili nelle operazioni dei calcoli vescicali sembra che fossero i norcini o nursini, in alcuni casi essi prendevano in casa loro il malato ed in dieci giorni lo mandavano via guarito.
Si deve ad una famiglia di questi chirurghi ciarlatani il primo diffondersi della chirurgia plastica nel periodo moderno. Fu infatti la famiglia Branca, siciliana, ed in seguito la famiglia Vianeo di Tropea, a perfezionare, in un modo che lascia stupiti, la rinoplastica. Essa veniva eseguita con l’innesto di lembi di pelle tratti a distanza o con innesto dei lembi tratti da donatori, esattamente come si fa ancora oggi.

Jan Victors - Olio su tela -Budapest c. 1650

Jan Victors - Olio su tela -Budapest c. 1650

Dalle officine chirurgiche, nelle quali i giovani imparavano l’arte, uscivano medici che non sapevano sostenere le estenuanti disquisizioni scolastiche, ma che erano molto esperti nell’arte chirurgica, che a quel tempo comprendeva il trattamento di tutte le affezioni esterne, o che derivavano da cause esterne, e delle affezioni ben localizzabili. Il chirurgo oltre ad usare il coltello prescriveva correttamente medicamenti e curava le infezioni e le piaghe.

La disputa tra medici e chirurghi è stata molto profonda per più di quattro secoli, ed è durata fino al 1700. Nel trecento a Parigi lo studente di medicina doveva giurare di non occuparsi di operazioni chirurgiche e perfino il salasso era proibito ai dottori in medicina. Questi ultimi ritenevano indecoroso praticarlo, anche se numerosi medici di quel tempo come Taddeo Alderotti, Pietro d’Abano e Gentile da Foligno, ne trattarono a lungo nei loro scritti, previdero le sue indicazioni in varie malattie e ne descrissero il tempo ed il distretto del corpo dove doveva essere praticato. In seguito furono scritti voluminosi trattati sulle disquisizioni intorno al salasso, al modo di praticarlo, sulla vena da aprire, se dal lato malato o dal lato sano del corpo e così via, ma il dottore in medicina riteneva compiuta la sua opera una volta data l’indicazione; scelta la vena e decisa la quantità di sangue da far uscire, l’operazione veniva eseguita da chirurghi, cerusici o barbieri.

L'Apotecario di Pietro Longhi, 1752, Venezia, Galleria dell'Accademia. Si noti il cerusico in visita presso la farmacia. Lo speziale sta prendendo nota della prescrizione.

Questo contrasto tra medici fisici e chirurghi era talmente radicato che si faceva continua opera denigratoria nei confronti di chi operava. Un esempio evidente è quello di Maestro Abramo, il medico mantovano cugino di Abramo Ariè detto Porta Leone vissuto dal 1542 al 1612, eletto medico ducale da Guglielmo Gonzaga. La storia è riportata da Carlo d’Arco e Willelmo Braghirolli in un opuscolo del 29 aprile 1867, nel quale sono pubblicate ventisette lettere inedite di Maestro Abramo e di suoi pazienti a sostegno della tesi della diffamazione. La considerazione degli autori dell’opuscolo, che fosse stata fatta opera denigratoria, nasce da un’affermazione contenuta nella Nuova Enciclopedia Popolare di quel periodo che riporta il caso di Giovanni de’ Medici il quale, ferito ad una gamba, fu curato da Maestro Abramo che provvide all’amputazione della gamba stessa e morì dopo alcuni giorni, riporta l’Enciclopedia, a causa dell’imperizia del chirurgo. Gli autori dell’opuscolo dimostrano ampiamente, sulla base delle lettere, che la morte di Giovanni de’ Medici non poteva assolutamente essere attribuita all’imperizia del chirurgo, ma alle condizioni ed alla condotta del ferito prima e dopo l’operazione chirurgica. Giovanni per di più fu visto dal medico soltanto venti ore dopo essere stato ferito e senza aver ricevuto alcuna medicazione. Anche altri casi, cui alcune lettere si riferiscono, testimoniano la perizia e la competenza del chirurgo.

Inizialmente i governi non sostennero in modo deciso le rivendicazioni di monopolio della conoscenza e dell’esercizio dell’arte da parte dei dottori in medicina. La medicina popolare e i guaritori garantivano un certo grado di sanità pubblica ed eliminarli avrebbe creato forti tensioni. Non era quindi possibile metterli al bando. Il riconoscimento definitivo della medicina ufficiale, come esclusiva, avvenne e si consolidò dopo il concilio di Trento, con l’attuazione della Controriforma.

Nel quattordicesimo secolo negli statuti dell’arte dei medici e speziali di Firenze risulta abbastanza chiaro il concetto che l’arte della medicina aveva diverse branche e diverse competenze e tutte concorrevano al mantenimento della sanità pubblica con pari dignità. Nel capitolo XXIII dello Statuto del 1349 intitolato Che tutti e ciascuni esercitanti della detta arte giurino all’arte predetta, et siano sottoposti ai consoli della detta arte, alla lettera dove è detto:

Et acciò che niuno dubbio possa nascere di quegli che sono medici, spetiali e merciai, dichiariamo che tutti e ciascuni medicanti in fisica o cerusica, e acconcianti ossa, medicanti bocche nella città o contado di Firenze, quandunque avranno medicato con scrittura o senza si trova un’aggiunta datata del dicembre 1374 per mano di Nicolò di Cambione giudice, sottoscritta da Tino di ser Ottaviano notaio del comune, dalla quale risulta come anche tutti e ciascuni barbieri, o arte o vero misterio di barbieri in alcuno modo esercitanti sieno da considerarsi appartenenti all’arte, s’intendino medici e per medici sieno avuti e reputati, e devano giurare et essere sottoposti all’arte predetta e a’ consoli della detta arte.

Ma la situazione non era affatto chiara. In effetti non essendo state regolamentate in nessun modo le professioni, esisteva un gran numero di figure con mansioni e capacità che spesso si sovrapponevano in tutto o in parte, cosicché non si riesce a distinguere con chiarezza la collocazione esatta di chirurghi, barbieri, cerusici, norcini e il loro rapporto con medici fisici e speziali.

Risulta ad esempio che verso la fine del trecento, in tutta Europa, i barbieri esercitavano la bassa chirurgia, ma svolgevano in modo più o meno diretto anche atti medici. Essi per legge dovevano subire un determinato controllo da parte dei medici, ma eseguivano fino ad un certo punto le indicazioni di questi ultimi ed operavano con una certa autonomia sia nella bassa chirurgia sia nella medicina. Queste condizioni, in particolare in Italia, si sono mantenute per lungo tempo, tra le tante testimonianze possiamo citare il detto siciliano, raccolto dal Pitrè, secondo il quale il medico doveva esser vecchio, il chirurgo giovane e il farmacista ricco: medicu vecchiu, varveri picciottu e speziali riccu.

In Sicilia, la bassa chirurgia fu esercitata dai barbieri fino a tempi abbastanza recenti, specialmente nei villaggi. In particolare il salasso era di loro spettanza: ogni varveri sagna (ogni barbiere sanguina) affermava un detto popolare.
Nel regolamento dell’ospedale civile di Padova dell’anno 1569, si trova il seguente elenco del personale medico e delle sue funzioni:

Un Dottor Fisico (…) per visitar tutti li poveri infermi della Casa, si homeni che donne.
Un Dottor di Cirogia (…) per medicar d’onguenti tutti li poveri impiagadi dell’Ospedal.
Il Barbiero per salassar tanto homeni che donne e far quanto è tenuto un buono e sufficiente Chirurgo.

Il salasso nell'incipit di un manoscritto del XIII sec

Il salasso nell'incipit di un manoscritto del XIII sec

Da questa indicazione sembrerebbe che al chirurgo fosse riservata soltanto la medicazione coll’unguento, mentre invece la pratica della chirurgia spettava al barbiere.
Nel famoso trattato di chirurgia di Guido da Chauliac si trova tra l’altro un’accurata descrizione della pestilenza scoppiata in Avignone nel 1348. Fra le cure che si consigliavano a quel tempo venivano in prima linea il salasso, i purganti e gli elettuari. I bubboni venivano prima fatti maturare con impiastri di fichi e di pistacchi, poi venivano aperti, svuotati e curati.
I barbieri nacquero e cominciarono ad avere particolare importanza in Germania verso il dodicesimo secolo, quando a seguito della proibizione di portare la barba, fatta agli ecclesiastici, si generalizzò l’uso di farsi radere. Nello stesso periodo i barbieri cominciarono a praticare il salasso soprattutto nei conventi. I monaci, che dovevano generalmente servirsi del barbiere per la tonsura, ricorrevano ad esso anche per il salasso al quale una legge ecclesiastica li obbligava a sottoporsi regolarmente. Il barbiere si chiamava rasor et minutor poiché salassare si diceva nel latino dell’epoca minuere sanguinem. Regole particolari di alcuni conventi prescrivevano il salasso periodico al quale nessun monaco poteva sottrarsi, a meno che non fosse gravemente ammalato.

Nel Collegio di San Cosimo a Parigi, organizzato intorno al 1210, si distinguevano nettamente i chirurghi che dovevano vestire con abito lungo dai barbieri o chirurghi con abito corto. In seguito, altri decreti reali proibirono a questi ultimi di esercitare la chirurgia senza aver subito un esame speciale davanti a quattro giudici giurati. In Inghilterra i barbieri di Londra si costituirono in un collegio particolare, con diritti garantiti e riconosciuti con un decreto di Edoardo IV del 1462.
Nel 1365 a Parigi si contavano quaranta barbieri chirurghi. Gli statuti della Communauté des Barbiers datano 1361 e sono confermati da un’ordinanza del 1383, secondo la quale II primo Barbiere e Valletto di camera del Re é Guardia del Mestiere dei Barbieri della città di Parigi ed inoltre Capo di tutta la Barberia e Chirurgia del reame.

L’antichissima pratica terapeutica di provocare la fuoriuscita di alcune gocce di sangue da determinati punti del corpo era diventata salasso di quantità significative e talvolta notevoli di sangue, e come tale era diventata una branca della medicina ufficiale destinata a raggiungere eccessi deprecabili, tanto da far dire che nel diciottesimo secolo i medici avevano provocato più versamento di sangue di quanto ne fosse stato fatto in guerra.

Cintio d'Amato. Nuoua et vtilissima prattica di tutto quello ch’al diligente barbiero s’appartiene. (Naples: G. Fasulo, 1671).

Cintio d'Amato. Nuova et utilissima prattica di tutto quello ch’al diligente barbiero s’appartiene. Napoli: G. Fasulo, 1671. Notare il medico che indica al barbiere il punto corretto dell'esecuzione.

Durante le epidemie i ciarlatani, più di altri, spesso recitando in versi, davano consigli per prevenire il contagio e vendevano pozioni e preparati soprattutto nei paesi del contado, dove non arrivavano i banditori inviati dalle autorità cittadine. Malgrado ciò, e come ulteriore conseguenza della posizione ambivalente in cui si trovavano, ai ciarlatani, in certi periodi del contagio, era vietato circolare liberamente da una città all’altra per paura che fossero essi stessi veicolo di diffusione della malattia.
I consigli dei ciarlatani non si discostavano affatto da quanto di meglio potevano dire i medici, che spesso invece, si facevano portavoce di interessi di parte. Erano medici ufficiali ed accademici quelli che avevano individuato la causa delle pestilenze nella volontà degli ebrei di avvelenare il mondo e perciò, come racconta Guido da Chauliac nel trattato De Chirurgia: moltissimi ne furono uccisi. Non può essere ritenuto un caso il fatto che Guido scrivesse questo mentre si trovava ad Avignone come medico di Urbano V. Ma da questo punto di vista é significativo anche il divieto delle conversationes politicae propugnato da Pietro da Tossignano, famoso maestro dottore in medicina a Padova.
Dei versi di cantori popolari di quel tempo sulle misure da osservare per contrastare il contagio ci resta un sermintese pubblicato da Salomone Morpurgo nel testo La pestilenza del 1348, rime antiche:

Malinconia, fatica o accidente
che ti affannasse, sia da te partita,
sobriamente conduci la tua vita
con vivande pulite e vin mordente.
E più non dimorar fra moltitudine,
con cibi cordiali il gusto accenna,
il fuoco usando con buona attitudine.
Così Galeno Ippocrate e Avicenna
e molti altri dottor con prontitudine
ne disson con la lingua e con la penna.
Nel tempo corruttivo e pistolente
vero rimedio della nostra vita
l’anima ben disposta con Dio unita,
purgando il corpo ragionevolmente.
La regola c’insegna,
che per conclusion sommaria in tutto
tengasi il becco in molle e ‘l pinco asciutto.

Sono anni in cui, nei consigli di apotecari e medici, spesso si ritrovano evidenti considerazioni popolari derivate dall’osservazione. E’ il caso del Consiglio contro la peste di Nicolò de Burgo, cittadino fiorentino e dottore in medicina, conservato nella biblioteca dell’Università di Bologna, che oltre alle consuete prescrizioni, riporta un’osservazione originale:

…è considerato un buon segno prognostico quando i colombi nidificano nella casa ove abita il malato, vuol dire che la fase acuta della malattia è passata e il malato non è più in pericolo di morte… raccomandando nel contempo di asportarne gli escrementi.

In conclusione ci si troverebbe in errore se si disconoscesse l’importanza di questi personaggi, considerati fino a tempi recenti di nessuno o scarso rilievo nell’indagine storica delle arti sanitarie. E fa riflettere scoprire oggidì, specialmente nelle contrade più povere del pianeta, l’esistenza di persone che continuano a praticare l’antico mestiere di farmacista-terapeuta itinerante con gli stessi gesti e espressioni che ritroviamo nelle antiche raffigurazioni barocche, circondate da uomini e donne che preferiscono le loro cure alle nostre medicine perchè scadute, avariate o pericolose.

In una lettera di Cyrano de Bergerac (1619-1655), il lamento di un sofferente:

Signore,
Poi che son condannato (ma essendo condanna del medico, vi produrrò contro appello più facilmente che se si trattasse di affare con la giustizia) voi desiderate che io faccia come gli assassini, quando dal patibolo concionano il popolo, e predichi alla gioventù scapigliata mentre sono fra le mani del carnefice. – La febbre ed il farmacista mi tengono il pugnale alla gola, con tanta assiduità, che, certo non permetteranno che io vi annoi molto con le mie chiacchiere.
Il mio medico non fa altro che rassicurarmi e dirmi che è cosa da nulla, ma, frattanto, agli altri dice piano che solo un miracolo potrà salvarmi. – Cosa questa che mi dà poco pensiero, perché so bene che tale gente, a causa del suo mestiere, è costretta a dare per spacciato ogni ammalato, per potersi poi vantare, se qualcuno se ne salva, che è opera loro.
Ma sentite un po’ fin dove arriva la sfrontatezza del mio carnefice; peggio mi sento, più mi lamento, e più se ne rallegra, e non fa altro che regalarmi di sonori: Meglio ! meglio così!
Gli racconto di essere stato colto da un accesso di profondo sonno, e mi dice che è buon segno; mi vede stretto dalle spire di un accesso di sangue, e se ne rallegra come se fossi sotto l’azione di un salasso ben riuscito.
Mi sento tutto gelare, e lui assicura che lo prevedeva, che proprio per spegnere il gran fuoco che mi ardeva, mi ha dato non so quali rimedi…
Perfino quando son là là per morire e non posso più parlare, e i miei piangono affranti, sento che quello sbraita: Sciocchi! è la febbre che sta per spirare!
Ecco in mano di quale carnefice son caduto!
Intanto, stando bene, sto per andarmene all’altro mondo.
Torto da parte mia ce ne è, ed è quello di aver chiamato al mio capezzale uno di tali nemici, ma potevo mai prevedere che coloro che fan professione di guarire gli umani, s’adoperassero invece così bene a farli morire? Questa è la prima volta che son caduto nella trappola, che se già una Volla vi fossi stato preso, non potrei, ora, più lagnarmene!
Solo al sognare un medico io credo si debba avere la febbre. Quelle loro cavalcature pelle e ossa, ingualdrappate di nero, sotto i loro cavalieri rigidi tutti un pezzo, sembrano tante bare con la Morte a cavalcioni. Sarà certo per questo, che la legge ha imposto loro di cavalcare solamente muli. Questa genìa è tanto scrupolosa nell’applicare le sue regole, che le fa persino osservare alle sue bestie, con tanti e tali digiuni, da ridurle quasi tisiche. Odiano tanto il calore, che appena sentono in un ammalato qualche cosa di caldo, prendono quel povero corpo per un vulcano in attività, ed ecco che cominciano, a forza di salassi e di clisteri, e di decotti di foglia di senna, di cassia, a impoverire l’organismo per indebolire, come dicono, quel fuoco che arde finché trova di che ardere.
Che ve ne pare?
In fin dei conti, possiamo lamentarci se esigono dieci pistole per soli dieci giorni di malattia? Fate un po’ il paragone fra quello che si fa agli ammalati, e quello che si fa al delinquente. Il medico osserva le orine, interroga il paziente sulle sue funzioni corporali, e dà la condanna; il chirurgo lo fascia, ed il farmacista gli spara il suo colpo a tradimento dietro le spalle.
Appena i tre sporgono la testa in camera, si caccia la lingua al medico, si porge il deretano al farmacista, e si tende il polso al cerusico. Ed osservate un po’ se tutte le cose funeste non vanno di tre in tre: nell’inferno si vedono tre fiumi, tre cani, tre giudici, tre Parche, tre beati, tre Furie; i flagelli che Iddio manda ai poveri mortali vanno di tre in tre: peste, guerra, fame; mondo, carne, diavolo; fulmine, tuono, lampo; medico, farmacista, cerusico. E tre specie di uomini sono sulla terra fatte a bella posta per tormentare l’umanità: l’avvocato per la tasca, il medico per il corpo, il prete per l’anima.
Ed hanno perfino il coraggio di vantarsene!

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Simon Dittrich - Der Königliche Apotheker, acquaforte in 100 esemplari, 1983


Sentite: un giorno che il medico entrava nella mia camera gli chiesi ex abrupto:
Quanti?
Quello sfacciato assassino, intuendo subito che gli chiedevo degli assassinii commessi, carezzandosi la barba mi rispose:
Tanti! e non me ne vergogno!
Concludiamo: i medici ci mandano la Morte ora con un granello di mandragora, ora nella cannula di una siringa, ora sulla punta di un bisturi, ed hanno l’abitudine di racchiudere il loro veleno in parole tanto melate, che quasi credetti il mio mi volesse annunziare la più alta onorificenza da parte del Re, quando mi annunziò che stava per procurarmi un benefizio corporale.
Troppo gravi sono però i delitti di questi Messeri per punirli solamente con barzellette! Bisognerebte affidarli alla giustizia in nome dei morti! Non troverebbero un difensore in tutta la cristianità, e non vi sarebbe giudice che non ne convincesse qualcuno di aver ammazzato perfino suo padre, e fra tutti i poveretti spediti da essi al camposanto, non ve ne sarebbe uno che non mostrerebbe i denti!
Quando muore uno di cotali Messeri, si piange solo perché è vissuto troppo a lungo.
Ma, mio Dio! È là il mio ottimo angelo custode che si avvicina! Si! lo riconosco dai paludamenti! vade retro Satana! Datemi dell’acqua santa! È un diavolo eretico: non ha paura dell’acqua benedetta! Avessi almeno tanta forza da fracassargli il grugno. Verrà certo a propinarmi qualche altra delle sue tisane, così che io a forza di ingollare consommés, son quasi consumato anche io!
Accorrete presto, Signore, venite in mio aiuto, se non volete che se ne vada all’altro mondo.
Il vostro fedele servitore.

(Contro medici, farmacisti e cerusici in Lettere d’amore di Cirano de Bergerac, traduzione di Francesco Stocchetti, Società anonima Arti Grafiche Monza, 1923)

Breve bibliografia per approfondire

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Atti del II Congresso Nazionale della Accademia Italiana di Medicina Omeopatica, in: Rassegna di Medicina Omeopatica, Roma, 20-23 Settembre 1962, Roma, 1962
Atti del XVIII Congresso Italiano di Storia della Medicina, Sanremo, 1962
Atti del XXI Congresso Nazionale di Storia della Medicina, Perugia, 1965
Atti del XXI Congresso Internazionale di Storia della Medicina, Siena, 1968
Atti del XXX Congresso Nazionale di Storia della Medicina, Martinafranca, 1981
Barbalucca G.: Nascita e morte dell’Eziologia, in: Atti del XXX congr. Naz. di St. della Med., Martinafranca 1981
Becciani U. G.: Ancora sui Ciarlatani. – Il Papyrus Miniedizoni. PT, 2006
Becciani U. G.: Ciarlatani nei secoli. – Il Papyrus Miniedizioni. PT, 2005
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Chiappelli A.: Primordi della pubblicità medica in Italia. – Bollettino dell’Istituto Storico Italiano dell’Arte Sanitaria. Roma, 1935.
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Corsini A.: Medici ciarlatani e ciarlatani medici. – Zanichelli. BO, 1922.
Cosmacini Giorgio: Ciarlataneria e medicina. Cure, maschere, ciarle, 1998, Cortina Raffaello
Cosmacini Giorgio: Il medico ciarlatano. Vita inimitabile di un europeo del Seicento, 2001, Laterza
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Laureato in Farmacia ad indirizzo fitochimico e fitofarmacologico, svolge la sua attività come farmacista territoriale nel comune di Etroubles, noto luogo turistico e storico della Valle del Gran San Bernardo.

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