Storia della Farmacia

l'officina delle curiosità

1. Le Origini

L’uso di rimedi per debellare la malattia risale agli arbori dell’apparizione dell’uomo sulla terra ma non è una prerogativa della razza umana. La spinta ancestrale di utilizzare sostanze e composti naturali a scopo curativo, si può ritrovare in embrione anche in alcuni animali superiori, e rientra nelle prerogative di quell’istinto di sopravvivenza che si pone a fondamento dell’evoluzione delle specie. La terapeutica delle origini, nasce dalla razionalizzazione di questo bisogno ed è inseparabile dal medicamento. H. Alimen in Le origini dell’uomo (1922), ebbe a scrivere:

“Non sono la posizione eretta, né la mano prensile, né il cervello che hanno fatto l’uomo, ma tutto questo preso insieme, in quel continuo atteggiamento di relazione critica con il mondo circostante, d’interpretazione dell’esistenza e di adattamento a sempre nuovi eventi”.

Lo sciamano primordiale, il custode dei misteri sacrali della natura, agisce sull’ammalato cercando di riportare in equilibrio le necessità di corpo e spirito. Questa concezione non è poi così dissimile dal pensiero moderno, che considera la salute la risultante di un insieme di meccanismi biologici e psicici complessi, che interagiscono senza sosta e che in uno stato di salute, sono minuziosamente coordinati. In questo senso, si può parafrasare quanto disse I. Paulinson nel 1963, ovvero che la religione è nata insieme all’ominizzazione, affermando che anche le tecniche di guarigione, in quanto collegate a spiritualità e religiosità, sono nate con l’uomo, in risposta alle domande sul perchè della sua sofferenza e in ultima istanza, della morte.

Le pratiche medico-farmacologiche primitive sono state le sole ad essere utilizzate per migliaia di anni, prima di essere soppiantate da quelle orientali ed occidentali, e a oggi non sono state abbandonate completamente. Molte delle loro caratteristiche specifiche permangono in molte popolazioni e anche nella nostra medicina tradizionale. Ben presto l’uomo prese coscienza dell’utilità o della pericolosità di ciò che lo circondava, mediante uno studio puramente empirico che prendeva origine dal contatto intimo con la natura e dalla necessità di sopravvivere in un ambiente ostile. Probabilmente l’osservazione del comportamento degli animali ammalati e del loro modo istintivo di curarsi, ha posto i primi elementi del sapere terapeutico.
La malattia è per lo più immaginata da questi uomini, quale un corpo estraneo che deve essere estirpato mediante differenti pratiche di espulsione del male e di purificazione. Adiutori in questa impresa, la natura, in tutte le sue manifestazioni, dall’acqua al fuoco, dalle pietre alle piante, e il potere dell’invocazione spirituale propria degli eletti-iniziati al sapere misterico.

Tipologia e localizzazione dei tatuaggi terapeutici nell'Uomo di Similaun

All’inizio dell’età del Rame (fine IV-fine III millennio a.C. circa in Italia) risale la più antica prova certa di una pratica di guarigione in Europa: il corpo dell’uomo di Similaun (Bolzano), ritrovato in eccellente stato di conservazione e datato al 3300-3200 a.C.

La mummia presenta ben quattordici piccoli tatuaggi: gruppi di linee lunghe circa 3 centimetri, disposte nella zona lombare, sul polpaccio, sul collo del piede e sul malleolo, oltre a due segni a forma di croce all’interno del ginocchio destro e vicino al tendine di Achille sinistro. Nei tatuaggi, di colore bluastro, è stata rilevata la presenza di moltissime minuscole particelle costellate di cristalli dalla forma allungata (silicati) e costituite principalmente da fuliggine.
Verosimilmente, alla luce di questi dati, l’inchiostro usato per tatuare quest’uomo, venne raschiato da rocce contenenti silicati, site nei pressi di un fuoco. Forando la pelle in profondità per mezzo di un oggetto appuntito, forse una spina o uno strumento simile alla lesina d’osso che l’uomo portava con sé, allo scopo di iniettarvi l’inchiostro realizzato con la fuliggine. Gli esami radiografici hanno evidenziato che i tatuaggi corrispondono a punti in cui l’uomo soffriva di artrite; sono quindi, quasi certamente, il segno di un “rituale del fuoco” magico-terapeutico.

In tempi più recenti, ritroviamo la medesima tecnica presso le popolazioni scitiche della Siberia, con alcuni eccezionali ritrovamenti archeologici avvenuti sulla catena montuosa dell’Altai, databili tra la seconda metà del V e la prima metà del IV secolo a.C. Nei kurgan (tumuli) di Pazyryk, sono stati rinvenuti, accompagnati ricchi corredi, corpi mummificati maschili e femminili ricoperti oltre che da tatuaggi artistici di rara precisione e bellezza, anche di tatuaggi terapeutici. Una delle mummie di Pazyryk ha poi nella zona lombare e sulla caviglia due file di puntini la cui posizione (simile a quella riscontrata nell’uomo di Similaun) ne rende quasi certa la funzione curativa. Ciò collima, almeno in parte, con una notizia riportata dal Corpus Hippocraticum (V-IV a.C.), secondo cui gli Sciti avevano sul corpo cicatrici dovute a trattamenti medici di “cauterizzazione”.

Tecniche similari si ritrovano ai giorni nostri, nella medicina tradizionale cinese con la moximbustione e più in generale con l’agopuntura.

Localizzazione dei tatuaggi terapeutici nella mummia di Chiribaya Alta, Perù; secondo M. A. Pabst

La conferma dell’utilizzo di particolari erbe e/o legni nella realizzazione dei pigmenti dei tatuaggi terapeutici nell’antichità, è arrivata recentemente (Journal of Archaeological Science, Volume 37, Numero 12 , Dicembre 2010, pagine 3256-3262) da uno studio condotto da Maria Anna Pabst (la stessa che ha studiato i tatuaggi dell’Uomo di Similaun) dell’Università di Medicina di Graz, su una mummia di una donna andina (Chiribaya Alta, Perù), risalente a mille anni fa. La mummia presenta diversi tatuaggi ma di diversa composizione, sia che siano stati eseguiti a scopo curativo oppure praticati a carattere puramente ornamentale.
L’analisi, fatta in microscopia ottica, elettronica SEM e TEM e in spettroscopia Raman, ha dato come risultato che mentre i tatuaggi decorativi erano stati eseguiti con sola fuliggine, quelli curativi avevano una composizione più eterogenea, fatta prevalentemente di materiali vegetali parzialmente pirolizzati.

Questa è la prima volta in cui, nella stessa mummia, sono stati rinvenuti due tipi di pigmenti diversi e che sono stati preparati in modo differente. Il fatto dimostra una raffinazione nella pratica sciamanica rispetto all’Uomo di Similaun: ai gesti, ai rituali, pur essendo sempre presenti e preponderanti, si avvicenda la ricerca di una sostanza adatta alla risoluzione della malattia. Certo, l’uomo primitivo, rimarrà estraneo all’idea di causa-effetto dell’era moderna e ricercherà la ragione del suo operato in un sogno o una rivelazione, ma a livello inconscio il passo era stato fatto e l’uso di specifiche sostanze per specifiche malattie, poteva finalmente trovare la propria collocazione in una tradizione tramandata da padre a figlio, da maestro a discepolo. Così nacquero le prime “farmacopee” ad uso delle tribù, gelosamente nascoste e utilizzabili solo da quelle persone che per stirpe o vocazione erano le uniche iniziate al mistero della guarigione. Non vi era sciamano, guaritore o sacerdote che non avesse avuto la rivelazione del potere occulto di una particolare pietra, pianta o animale; valore e prestigio erano intimamente legati al mantenimento della sua segretezza, come se da questo fatto, potesse dipendere la stessa efficacia terapeutica.

Ma dall’analisi dei tatuaggi della mummia di Chiribaya Alta si scopre un altro particolare di eccezionale importanza. Dal rilievo granulometrico delle particelle, dalla loro forma e volume, risulta che queste sono equiparabili ad analoghe, prodotte attraverso un processo di schiacciamento, frantumazione e polverizzazione, caratteristici dell’utilizzo di un mortaio in pietra. Questa scoperta avvalora l’opinione di molti studiosi che hanno considerato il mortaio, il primo strumento usato dall’uomo nella preparazione dei farmaci.

Mortaio sciamanico navajo a doppia faccia, rinvenuto a Fort Defiance, Virginia: sottile e di piccole dimensioni (15 x 8 cm c.ca), era adatto ad essere trasportato agevolmente.

Crani di epoca incaica e preincaica che presentano trapanazione. Museo Nazionale di Archeologia, Antropologia e Storia di Lima, Perù

Spronato dalle sue conquiste, dai suoi risultati empirici, l’uomo primitivo inizia a discernere piante buone o cattive, azioni terapeutiche efficaci, inutili o nefaste. Scopre il valore curativo di molte piante, sperimenta l’utilizzo del fuoco per ottenere preparati dotati di maggiore attività. Guarisce le sue ferite con l’applicazione di sostanze dal potere antisettico e vasocostrittore e svolge anche alcune procedure chirurgiche quali l’estrazione di corpi estranei e la trapanazione del cranio, quest’ultima eseguita sia a scopo curativo (fratture, cefalee), sia a scopo spirituale-religioso (permettendo a sostanze psicoattive di raggiungere con più facilità il microcircolo cerebrale).

Con l’osservazione della natura, l’uomo scopre l’inesplicabile mistero del cielo e degli astri. Per spiegare l’origine delle epidemie si ricorre alla credenza in forze soprannaturali e divine che hanno nel firmamento la loro sede di elezione. La terapia diventa istintivamente magica, in relazione ai fenomeni naturali. L’istinto e la magia che caratterizzano queste terapie sono così radicati nel profondo dell’animo umano, da essere tutt’oggi utilizzate presso molte popolazioni.

L’avvento della scrittura, intorno al 4200 a.C., segna il passaggio dalla preistoria alla storia: la conoscenza e le informazioni, possono essere memorizzate e trasmesse in un modo più agevole e sicuro. Ma non tutte le etnie proseguiranno in questo cammino. Solo in alcune posizioni economicamente e climaticamente privilegiate, ad esempio lungo i fiumi principali, si creeranno i presupposti per l’affinazione del pensiero umano: l’impero egiziano sul Nilo, le città-stato dei Sumeri tra il Tigri e l’Eufrate, lungo l’Indo in India, nelle valli del fiume Giallo e dello Yangtze in Cina.
In questo capitolo tratteremo di quei popoli e di quelle civiltà che hanno avuto influenza nel bacino del mediterraneo e che si possono considerare le progenitrici del pensiero moderno occidentale (per le altre tradizioni rimandiamo il lettore a specifiche sezioni dell’Etnofarmacia).

LA MESOPOTAMIA

Nella prima metà del Terzo Millennio, in Mesopotamia coesistono una medicina una empirica e una magica. La prima ha come sede elettiva la città di Nippur, la seconda Babilonia. L’età di Hammurabi in Babilonia sembra essere equivalente a quella di Pericle ad Atene.

La corrente di Babilonia
La malattia che è considerata la punizione successiva di peccato. La ricerca della natura del reato e di espiazione deve condurre recupero. I Babilonesi nominano i loro malattie dai nomi di demoni o divinità: Ishtar, Shamash, Ea…
Il terapeuta, dopo aver tentato di identificare la natura del male, consultando gli oracoli con l’esame delle viscere degli animali sacrificati, tratta il paziente con appropriate preparazioni farmaceutiche ed invocazioni. Medicina ed esorcismo sono strettamente correlati. Preghiere e incantesimi sono necessari per conciliare il paziente con gli dei ed i demoni. Questa è la corrente che si affermerà nel tempo, complice l’aumento di potere della casta sacerdotale.

La scuola di Nippur
A Nippur (come a Kos in Grecia), si sta sviluppando una scuola di medicina. In questa città, sono state trovate le più antiche tavolette sumere a carattere medico-farmaceutico. Tra i rimedi del tempo troviamo mirto, mirra, asa foetida, timo, salice… con la scrittura, la conoscenza del farmaco progredisce e si diffonde.
I medici, chiamati “Asu” si servono di rimedi, i “bultu” (che rende la vita), provenienti principalmente da piante, che sono fatti preparare dal “farmacista”. Ugualmente si trova il termine accadico « shammû » per definire i farmaci. La “farmacopea” sumerica è molto ricca, sono presenti c.ca 250 vegetali o sostanze di origine vegetale quali giusquiamo, cicuta, elleboro nero, alloro rosa, mirra, storace, terebentina etc.
Nelle valli del Tigri e dell’Eufrate, sono utilizzati anche centinaia di composti di origine minerale quali l’allume, lo zolfo, il sale, il salnitro, l’argilla. Vino e birra sono impiegati per la preparazione dei farmaci e le forme farmaceutiche sono le più varie: unguenti, cerotti, clisteri, fumigazioni, elettuari…

Gilgamesh - Parigi, Museo del Louvre

Nel mondo mesopotamico, l’immagine dell’aldilà era molto buia e il viaggio che conduceva gli uomini al termine della vita, era definitivo e senza speranza. Da questa prospettiva, risultava auspicabile il mantenimento della salute il più a lungo possibile, mediante l’uso della medicina.

Una poesia del poema epico del Gilgamesh sottolinea questa concezione e non lascia illusioni su una possibile vita futura:

“La vita eterna che tu desideri così ardentemente, non sarai mai in grado di raggiungerla. Quando gli Dei crearono l’uomo, gli diedero in dono la morte, mentre la vita la tennero per sé. Gilgamesh, riempi il tuo ventre, godi giorno e notte, che le giornate siano fatte di gioia completa, che i vostri giorni e le notti siano solo canti e balli. Rivestiti di abiti puliti, làvati e fai il bagno. Contempla il bambino che ti prende la mano, bacia e abbraccia tua moglie, perché questo solo è alla portata degli uomini.”

(L’Epopea di Gilgamesh, scritta su tavolette di argilla, è stata scoperta nel 1840 nei siti di Ninive e Nimrud, vicino a Mosul, tra gli archivi del re assiro Assurbanipal. Non è l’opera di un autore determinato, ma è la trascrizione di una tradizione popolare, il prodotto di molti secoli.
Nel racconto babilonese, alcuni episodi sono di assoluto interesse, in particolare la storia delle inondazioni, la creazione di Adamo da Dio, utilizzando la terra del vasaio, la creazione di Eva, con una costola presa da Adamo. Il nome di Eva in ebraico chiamato “Hawwah” significa “vita” trova la sua origine nel nome della Dea Ninti una delle otto dee del ringiovanimento, il cui nome significa “signora dalla costa” o “la signora della vita”, la parola sumera “ti” che significa sia “vita” e “costa”.)

Tavoletta sumerica, Nippur 2200-2100 a.C., fronte. Sul retro, sono riportate 15 prescrizioni mediche. È il più antico ricettario giunto a noi. (Per gentile concessione del Museo di Archeologia e Antropologia della Pennsylvania)

La piu antiche prescrizioni mediche conosciute provengono da una tavoletta d’argilla rinvenuta a Nippur e oggi conservata al Museo di Archeologia ed Antropologia dell’Università della Pennsylvania. La tavoletta è stata scritta verso la fine della dinastia fondata da Sargon il Grande tra il 2200 e il 2100 a.C. Si tratta di una vero e proprio ricettario riportante precise indicazioni per il farmacista e modalità d’uso per il paziente. Cerchiamo di esplorarne il contenuto.

La scrittura è cuneiforme, la lingua sumero antico. Il tratto è preciso, elegante, l’espressione diretta e concisa, distintiva di una persona con un alto livello di scolarizzazione. Le prescrizioni sulla tavoletta possono essere raggruppate in tre classi, in accordo con i rimedi descritti.

I. Impacchi
In pratica erano eseguiti con un panno caldo, medicato con dei semplici polverizzati e mescolati con del liquido, sino a formare una pasta. La poltiglia doveva essere spalmata sulla parte malata, previo massaggio con dell’olio. Probabilmente, lo sfregamento con l’olio, aveva una duplice funzione: consentiva di veicolare meglio i principi attivi attraverso la pelle e di mantenere “ancorato” l’impiastro. Interessanti le prescrizioni:
- Polverizzare i rami della pianta spina e semi del duashbur, versare la birra diluita sopra, strofinare con olio vegetale e fissare la pasta sopra il punto malato come un impiastro.
- Polverizzare fango di fiume, ginocchia con acqua, strofinare con petrolio greggio, e fissare come un impiastro.
- Polverizzare le radici dell’albero di (?) e bitume secco di fiume, versare della birra sopra, strofinare con olio, fissare come un impiastro.

II. Rimedi Interni
Destinati ad essere assunti per via interna. Qui troviamo due prescrizioni.
- Versare la birra forte sulla resina della pianta di(?); sciogliere sul fuoco, mescolare questo liquido in olio di bitume di fiume, dare a bere all’ammalato.
- Polverizzare due semplici , dissolverli nella birra, affinchè il malato li possa bere.

III. Rimedi Vari
Tali prescrizioni sembrano essere introdotte da un passaggio di difficile comprensione che riporta: “disporre (?) i giunchi sopra le mani e i piedi della persona malata…” In seguito, vengono proposti due interventi: lavare la parte malata con una soluzione appositamente preparata, per poi applicare una qualche sostanza che sembra comprendere della cenere bruciata. Nel paragrafo successivo, sono descritte altre prescrizioni specifiche.
“Setacciate e lavorare insieme: guscio di tartaruga, naga germogliata e senape; lavare il punto malato con birra di qualità e acqua calda; fregare ogni singolo punto con la miscela impastata; dopo il lavaggio, strofinare con olio vegetale e ricoprire con polvere di abete “.

I simboli medici che compaiono sopra la tavoletta, ricordano i pittogrammi che si utilizzano oggidì sulle confezioni dei medicinali. Ad esempio il ” bere” è indicato da una testa con la bocca spalancata seguito dal simbolo dell’acqua, l’”olio” è descritto dalla figura dell’otre usato per contenerlo, il termine “fissare” da due rami che si uniscono ai vertici.

In generale, dall’esame della tavoletta, si può dedurre che siamo di fronte ad un opera dal significato articolato e compiuto, forse il risultato di una scuola di pensiero dalla lunga tradizione, di cui purtroppo abbiamo perso le origini.

L’EGITTO

in elaborazione…

ARTICOLI DI APPROFONDIMENTO

Risalgono a 77000 anni fa i primi indizi di pratiche igienico–sanitarie dell’Homo sapiens

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