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Farmacisti, ciarlatani e cerusici: l'arte sanitaria itinerante e il conflitto con le corporazioni

La tripartizione delle arti sanitarie e l'origine del ciarlatano

Nel panorama sanitario premoderno, accanto alle due categorie stabilmente insediate sul territorio — lo speziale formalmente abilitato e i raccoglitori o venditori popolari di erbe officinali —, si collocava una terza figura fondamentale: il terapeuta itinerante. Presente in forma costante nella quasi totalità delle civiltà storiche, questo operatore girovago garantiva la circolazione di rimedi e competenze chirurgico-farmaceutiche laddove l'assistenza accademica risultava inaccessibile o assente.

A partire dal Basso Medioevo l'attività dei terapeuti itineranti andò incontro a una progressiva marginalizzazione istituzionale. La loro prassi operativa, fondata sull'esperienza diretta e su tecniche spesso al limite dei regolamenti statutari, si scontrò con il consolidamento delle corporazioni dei medici fisici e degli speziali. Organizzati in collegi per difendere il monopolio dell'insegnamento, della diagnosi e del commercio delle droghe, i professionisti dotti avviarono una sistematica campagna di delegittimazione, trasformando le denominazioni professionali dei praticanti girovaghi in epiteti ingiuriosi.

In questo contesto si consumò la degradazione semantica del termine empirico, che nella letteratura medica divenne sinonimo di praticone ignorante e privo di fondamento teorico. Analoga sorte toccò al vocabolo ciarlatano. In origine il termine non possedeva una connotazione esclusivamente negativa: derivato dall'incrocio tra il verbo ciarlare (intrattenere la folla per illustrare le virtù dei medicamenti) e la voce cerretano (gli abitanti di Cerreto di Spoleto, noti fin dal XIV secolo come questuanti, venditori di indulgenze e distributori di rimedi), esso designava semplicemente il preparatore-guaritore che allestiva il proprio banco nelle piazze cittadine per decantare pubblicamente le qualità terapeutiche dei suoi preparati.

Dall'antichità classica alla spagiria medievale

L'itineranza terapeutica affonda le radici nel mondo antico. Nella Grecia classica, accanto alla medicina sacerdotale degli asclepiadi e a quella laica dei medici ippocratici, operavano numerosi guaritori girovaghi custodi di pratiche empiriche e rituali. Nella Roma repubblicana e imperiale l'afflusso di terapeuti dalle province orientali era massiccio: tra di essi spiccavano caldei e babilonesi, celebri per l'applicazione dell'astrologia alla clinica e per trattamenti empirici singolari, come la cura della gotta mediante l'applicazione di pelli animali appena scorticate. Per attestare la reale efficacia dei loro antidoti, molti terapeuti esibivano rettili velenosi facendosi mordere pubblicamente per poi assumere i propri composti o per mostrare una presunta immunità acquisita.

Con l'affermazione del cristianesimo e la legislazione imperiale tardo-antica, le autorità avversarono duramente le pratiche magiche e le dottrine astrologiche; lo storico Ammiano Marcellino ricorda, ad esempio, come sotto l'imperatore Valente una donna fosse stata condannata a morte per aver tentato di curare le febbri intermittenti mediante formule cantate. Ciononostante, le tradizioni empiriche sopravvissero e si rinnovarono dopo il Mille, quando i terapeuti itineranti entrarono in contatto con i procedimenti alchemici e spagirici di derivazione araba. Da questo scambio scaturì l'impiego terapeutico di composti minerali e metallici, tra cui il vetro di antimonio (ossisolfuro di antimonio), impiegato come potente emetico nei casi di avvelenamento. Poiché gli statuti cittadini vietavano agli speziali la vendita di sostanze medicinali non prescritte da un medico collegiato, i praticanti empirici svilupparono in proprio le tecniche di sintesi e distillazione di questi rimedi chimici.

La produzione galenica: elettuari, teriaca e orvietano

Il fulcro dell'attività farmaceutica dei cerretani era costituito dalla formulazione e dalla somministrazione degli elettuari composti (o lattovari), preparazioni consistenti in polveri vegetali e minerali incorporate in miele o sciroppi densi, derivate dagli antichi antidoti della farmacopea classica ed ellenistica. Tra queste composizioni spiccavano per diffusione continentale la teriaca e l'orvietano.

I ciarlatani vendevano questi rimedi avvalendosi della collaborazione di montimbanchi e saltimbanchi, operando frequentemente sotto specifica licenza o patente concessa dalle autorità municipali e sanitarie. L'iconografia del Seicento documenta con precisione queste dinamiche: nella tela Il Ciarlatano (1656) del senese Bernardino Mei, il vecchio operatore siede al banchetto in Piazza del Campo circondato dagli strumenti del mestiere — fiale, brocche, recipienti e fogli promozionali dell'«Olio dei Filosofi» —, esibendo una cintura di stoffa conformata a serpente, simbolo corporativo e richiamo diretto alla padronanza dei veleni.

I paradossi del sistema: tra verifica empirica e convenienza economica

L'analisi storica dei rapporti tra medicina dotta e ciarlataneria rivela due fondamentali contraddizioni strutturali:

  • L'affidabilità della prova pubblica: durante il Medioevo e la prima età moderna, i preparati dei ciarlatani erano spesso percepiti dalla popolazione come più affidabili rispetto a quelli distribuiti nelle spezierie ufficiali. Il ciarlatano era tenuto a dimostrare l'innocuità del prodotto direttamente sulla piazza, assumendolo pubblicamente o sperimentandolo su animali; al contrario, le prescrizioni dei medici dotti poggiavano su speculazioni teoriche derivate dai testi accademici, prive di verifiche tossicologiche preventive e subordinate all'onestà e alla perizia del singolo speziale.
  • La concorrenza e l'ibridazione dei canali di vendita: i medici collegiati, pur denigrando aspramente l'operato dei ciarlatani dai pulpiti accademici, esercitavano su di essi un controllo fiscale e burocratico da cui traevano cospicui proventi economici tramite il rilascio di licenze temporanee. Inoltre, diversi medici dotti non esitavano ad affidare le proprie formule segrete a montimbanchi e attori girovaghi per commercializzarle al di fuori dei vincoli corporativi delle spezierie; a questo contesto fa riferimento L'erbolato di Ludovico Ariosto, componimento destinato alla recitazione di piazza per promuovere rimedi salutari.

La validità di alcune formule empiriche era tale che i governi non esitavano ad acquistarle ufficialmente. Oltre al celebre controllo statale della produzione della teriaca da parte della Repubblica di Venezia, che ne fece una delle voci più redditizie del proprio commercio d'esportazione, si registra il caso del Parlamento britannico, che nel 1739 stanziò una somma cospicua per acquistare e rendere pubblica la formula segreta di un rimedio contro la calcolosi renale e vescicale messo a punto dall'empirica Joanna Stephens.

L'impiego dei serpenti e la tradizione dei Marsi

Un ingrediente centrale nella formulazione degli elettuari complessi e degli antidoti polifarmaceutici era la carne di vipera, componente essenziale dei pastilli theriaci. L'approvvigionamento dei rettili alimentava una specifica economia estrattiva: i cacciatori più rinomati erano i discendenti dei Marsi, popolazione dell'area appenninica attorno al lago Fucino, tradizionalmente ritenuta immune ai morsi e custode di tecniche secolari di cattura e manipolazione dei serpenti velenosi.

L'uso terapeutico delle vipere non rimase tuttavia una prerogativa esclusiva dei terapeuti popolari e dei cerretani. Nelle farmacie e nelle spezierie ufficiali di tutta Europa, la presenza di vipere vive — conservate in appositi contenitori forati accanto alle consuete mignatte (sanguisughe) — costituì una dotazione ordinaria e regolamentata fino ai primi decenni dell'Ottocento, a testimonianza di una matrice farmacologica comune tra sapere accademico e tradizione empirica.

La farmacopea minore: rimedi popolari, antielmintici e balsami per le affezioni quotidiane

Accanto ai grandi antidoti polifarmaceutici quali la teriaca e l'orvietano, la produzione dei ciarlatani e dei terapeuti itineranti rispondeva a una domanda sanitaria minuta, legata alle patologie endemiche delle classi rurali e urbane. In un contesto segnato da precarie condizioni igieniche, regimi alimentari carenti e climi rigidi, l'arsenale galenico dell'imbonitore comprendeva preparati formulati per un sollievo immediato e tangibile:

  • Antielmintici e polveri vermifughe: composti a base di droghe vegetali amare e purgative (come assenzio, tanaceto, semi di santonico o calomelano) destinati a contrastare le diffuse parassitosi intestinali infantili e adulte.
  • Formulazioni per il «mal di milza e padrone»: misture aromatiche e carminative, spesso a base di oli essenziali, canfora e tinture alcoliche, studiate per sedare spasmi addominali acuti, coliche viscerali e affezioni gastro-spleniche.
  • Balsami per le artralgie e gocce otologiche: oleoliti riscaldanti per trattare le «doglie vecchie» (reumatismi articolari, dolori osteomuscolari da lavoro usurante) e soluzioni emollienti per le affezioni dell'apparato uditivo e le flogosi croniche («sordità antiche»).
  • Analgesici odontoiatrici: radici masticatorie, tinture canforate, allume e oli essenziali ad alta concentrazione di eugenolo (estratti da chiodi di garofano) applicati localmente per cauterizzare o lenire il dolore delle carie e degli ascessi dentari prima dell'eventuale avulsione operata dai cavadenti di piazza.
  • Preparati dermatologici e antiparassitari: unguenti allo zolfo per il trattamento della rogna (scabbia da Sarcoptes scabiei) e pomate grasse emollienti per sanare le «setole» (fessurazioni epidermiche e ragadi alle mani) e le «buganze» (pernioni o geloni derivati dall'esposizione prolungata al freddo).

Spettacolo di corte e alchimia: dalle trasmutazioni metalliche alla fascinazione aristocratica

L'attività dei ciarlatani non si esauriva nelle piazze cittadine né si rivolgeva unicamente ai ceti subalterni. Nel corso del Seicento e del Settecento, molti praticanti itineranti riuscirono a penetrare nelle corti europee e nei salotti aristocratici, sfruttando la fascinazione delle élite di governo per l'alchimia ermetica, la ricerca della pietra filosofale e la sintesi dei rimedi universali.

Per ottenere il favore e i finanziamenti di sovrani e mecenati, gli empirici allestivano complesse dimostrazioni di trasmutazione metallica, presentate come la prova sperimentale della loro padronanza sui segreti della materia. Esperimenti di questo genere trovarono accoglienza presso figure di primo piano come la regina Cristina di Svezia a Roma, Federico II di Prussia o, in epoca più tarda, nelle celebri dimostrazioni sceniche di Giuseppe Balsamo, noto come Conte di Cagliostro. La riuscita di tali operazioni poggiava su precisi espedienti tecnici: crogioli provvisti di doppie pareti o fondi cavi sigillati con cera che liberavano scaglie d'oro o d'argento durante la fusione, oppure bacchette forate contenenti polveri metalliche preziose. L'autorità esoterica rivendicata dall'operatore scoraggiava qualsiasi ispezione preventiva degli strumenti, preservando l'illusione del prodigio chimico.

Il teatro del Pont Neuf: Tabarin, l'Orvietano e il microscopio truccato di Boyle

Nel corso del XVII secolo Parigi divenne uno dei principali centri europei della ciarlataneria sanitaria, trovando sul Pont Neuf il proprio palcoscenico a cielo aperto. Qui la vendita dei farmaci si fuse organicamente con i canovacci della commedia dell'arte e della farsa popolare. L'esempio più celebre fu quello del preparatore Philippe Girard (detto Mondor) e del suo capocomico Antoine Girard, affermatosi con il nome d'arte di Tabarin. Le esibizioni satiriche di Tabarin, caratterizzate da dialoghi serrati e improvvisazioni comiche, attiravano folle quotidiane per promuovere lo smercio dell'orvietano e di altri elettuari, consolidando una notorietà tale da lasciare un'impronta duratura nel costume teatrale parigino.

Il Pont Neuf fu anche teatro di sofisticate mistificazioni a carattere pseudoscientifico. Nel 1727 un empirico di nome Boyle promosse la vendita di un proprio rimedio specifico avvalendosi di un microscopio ottico, strumento allora all'avanguardia dell'indagine biologica. Come documentato dal medico Jean Astruc, docente alle facoltà di Montpellier e Parigi, Boyle esibiva ai passanti una goccia di sangue in cui, grazie a un dispositivo ottico modificato o all'impiego di infusioni acquose pre-caricate con microrganismi, apparivano minuscole creature viventi indicate come gli agenti causali della patologia. Introducendo successivamente una frazione del proprio elettuario, il preparatore mostrava la comparsa di altri «animaletti voraci» che aggredivano e distruggevano i primi, offrendo alla vista del pubblico una prova spettacolare e apparentemente irrefutabile dell'efficacia terapeutica del farmaco.

Nel commentare l'episodio, lo storico della medicina Adalberto Pazzini ha rilevato l'intrinseca modernità della strategia retorica di Boyle: l'imbonitore settecentesco, pur ricorrendo all'artificio visivo, formulò un modello comunicativo e concettuale che anticipava con sorprendente precisione la patologia microbiologica e l'azione selettiva dei futuri farmaci chemioterapici e antibiotici.

Concorrenza terapeutica e chirurgia ambulante: il bando lucchese del 1346

La presenza dei ciarlatani e dei cerusici ambulanti poneva le corporazioni mediche e farmaceutiche di fronte a una duplice sfida: da un lato, le truffe degli imbonitori privi di scrupoli rischiavano di screditare l'intera categoria sanitaria; dall'altro, i praticanti dotati di effettiva competenza manuale esercitavano una concorrenza commerciale diretta e temibile ai danni di medici e speziali abilitati.

Una testimonianza diretta di queste dinamiche è conservata nel bando municipale di Lucca del 3 giugno 1346, riscoperto dallo storico della medicina Ugo Viviani. Con tale notifica pubblica, i maestri cerusici Maestro Francesco e Maestro Bonagratia delli Scolli da Parma, alloggiati presso l'albergo di Ugolino da Beverino a Porta San Donato, invitavano i cittadini sofferenti a consultarsi per la cura di affezioni chirurgiche specifiche:

«A ciascuna persona di qualunque condizione sia, la quale fosse infermo o difettuoso d’esser rotto, crepato, o di male di pietra e si voglia fare curare delle dette infermità o malatie [...] comparisca domani da loro allo albergo di Ugolino da Beverino posto in porta San Donati: sapendo che detti Maestri intendono curare ciascheduno che a loro andrà [...] alle loro proprie spese senza alcun pagamento ricevere, fino a tanto che non sono liberati et guariti [...] et al ricco per denari secondo la sua infermitade et facultà et al povero per gratia et per l’amore di Dio.»

Il documento illustra con chiarezza la prassi del «patto di guarigione»: l'onorario veniva riscosso unicamente a risultato clinico ottenuto, con una tariffazione differenziata in base al censo e la garanzia di assistenza gratuita per gli indigenti. Questa formula contrattuale, unita alla specializzazione nel trattamento delle ernie inguino-crurali («rotto, crepato») e della calcolosi urinaria («male di pietra»), assicurava ai cerusici itineranti una vasta clientela popolare, sottraendo pazienti ai circuiti della medicina accademica.

L'offensiva delle corporazioni: le grida sanitarie e i decreti del Protomedicato milanese

Per arginare l'erosione dei propri privilegi professionali ed economici, i collegi medici e i magistrati di sanità emanarono una costante serie di bandi e grida restrittive volte a reprimere l'esercizio abusivo delle arti sanitarie. Nello Stato di Milano, una grida ducale del 1511 stabiliva sanzioni severe per chiunque praticasse l'arte medica senza la formale aggregazione corporativa:

«[...] che non sia fisico, cerusico né sia altra sorta di persona qualsivoglia, che presuma medicare né implicarsi in medicare persone di qualunque sorte si sia, se non siano collegiati dal Venerando Collegio di fisici di Milano, salvo con buona licenza dell’ufficio della sanità [...] et chi accuserà tali contraffacienti, avrà la quarta parte della condanna e sarà tenuto segreto.»

Nonostante la previsione di pene pecuniarie e premi per le delazioni anonime, il fenomeno mantenne una diffusione capillare. A oltre un secolo e mezzo di distanza, il Protofisico Generale dello Stato di Milano, Onorato Castiglioni, rinnovò le prescrizioni proibitive con un editto che imponeva la verifica delle licenze sanitarie e vietava espressamente:

«[...] a verun: cerettano, circonforaneo, montimbanco, cavadenti o altra persona di qualsiasi stato, grado e condizione il fabbricare, vendere né far vendere pubblicamente né privatamente sorte alcuna de’ medicamenti semplici o composti per uso esteriore né interiore. Proibisce inoltre a detti cerretani il prender per bocca veleni di sorte veruna, né tagliarsi, né scottarsi, né farsi morsicare de vipere né parte alcuna del corpo, acciò da tali esperienze non resti maggiormente ingannato il volgo.»

Il divieto mirava a colpire il cuore della liturgia ciarlatanesca: la teatralità dell'autosacrificio e la spettacolarizzazione del veleno, strumenti comunicativi mediante i quali i terapeuti empirici conquistavano la fiducia delle folle e sottraevano all'autorità accademica il controllo del mercato sanitario.

La chirurgia empirica e l'eredità dei norcini: litotomie, cateratte e l'innesto plastico

Nel corso del XIV e del XV secolo, la chirurgia accademica e i medici dotti mantenevano una netta distanza dalle operazioni cruente e ad alto rischio vitale — come la litotomia (estrazione dei calcoli vescicali), la trapanazione cranica e l'abbassamento della cateratta —, delegando tali interventi alla perizia manuale di cerusici ambulanti, barbieri e specialisti empirici. Persino chirurghi illustri come Giovanni da Vigo (1450–1525), medico di papa Giulio II, e Giambattista Selvatico riconoscevano apertamente nei loro trattati la superiorità pratica di questi operatori di piazza.

Tra le corporazioni empiriche spiccavano per straordinaria destrezza i cosiddetti norcini o nursini, chirurghi empirici originari di Norcia e dei borghi della Valnerina (in particolare Preci e Castelvecchio). Custodi di tecniche operatorie tramandate per via familiare, i norcini eseguivano la cistotomia perineale con una rapidità tale da ridurre drasticamente lo shock emorragico e il dolore, accogliendo i pazienti nelle proprie dimore e dimettendoli spesso guariti nel giro di una decina di giorni.

La fama dei litotomisti italiani raggiunse le corti europee: nella seconda metà del Quattrocento, l'abilità della scuola norcina venne assimilata in Francia dal chirurgo Germain Colot. Nel gennaio 1474, a Parigi, Colot ottenne da re Luigi XI l'autorizzazione a sperimentare la litotomia su un franco-arciere di Meudon (franc-archer de Meudon), condannato a morte per furto ma affetto da grave calcolosi vescicale. L'intervento, condotto con successo alla presenza dei magistrati e dei medici della corte, permise al condannato di ottenere la guarigione e la grazia reale, consacrando la dinastia dei Colot come i principali litotomisti di Francia.

All'ambiente dei chirurghi empirici si deve inoltre la nascita della moderna chirurgia plastica e ricostruttiva. Nel XV secolo la famiglia Branca di Catania (Gustavo Branca e il figlio Antonio) sviluppò la tecnica di rinoplastica mediante l'innesto di un lembo cutaneo peduncolato prelevato dalla superficie interna del braccio (il cosiddetto «metodo italiano»). Nel Cinquecento questo procedimento venne perfezionato in Calabria dai fratelli Pietro e Paolo Vianeo di Tropea e Maida, capaci di ricostruire nasi, labbra e orecchie mutilate prima che Gaspare Tagliacozzi formalizzasse scientificamente l'intervento nell'opera De curtorum chirurgia per insitionem (1597).

Officine chirurgiche e speculazione scolastica: la frattura tra fisici e cerusici

La separazione tra medicina dotta e chirurgia affondava le proprie radici in modelli formativi radicalmente opposti. Nelle università medievali l'insegnamento medico poggiava sulla speculazione scolastica, sull'esegesi dei testi di Galeno e Avicenna e sulle estenuanti disputationes teoriche. Al contrario, la formazione chirurgica avveniva nelle officine e nelle botteghe artigiane per apprendistato diretto: da queste fucine uscivano praticanti privi di eloquenza dottrinale, ma provvisti di una profonda padronanza dell'anatomia di superficie e del trattamento manuale.

L'ambito d'azione del cerusico comprendeva la totalità delle affezioni esterne, traumatiche o circoscritte: ferite da taglio e da fuoco, fratture ossee, lussazioni articolari, ascessi, ulcere e gangrene. L'intervento manuale era indissolubilmente legato alla competenza farmacologica: il chirurgo formulava e allestiva direttamente medicamenti topici, vulnerari, unguenti cicatrizzanti, polveri emostatiche e digestivi per detergere le piaghe e prevenire le infezioni.

Nonostante l'evidente utilità clinica, il pregiudizio accademico contro l'ars manualis (ritenuta attività meccanica e servile) generò un conflitto secolare protrattosi fino al XVIII secolo. Già nel Trecento, presso la Facoltà di Medicina di Parigi, agli studenti veniva imposto il giuramento solenne di astenersi da qualsiasi operazione manuale o incisione cruenta, considerando indecoroso per il medico fisico anche il semplice prelievo ematico.

La dottrina del salasso e la delega materiale: teoria accademica e prassi di bottega

Il paradosso della frattura tra medicina e chirurgia emergeva in modo esemplare nella pratica del salasso (flebotomia), considerato dalla teoria umorale il presidio fondamentale per evacuare il peccans humor e decongestionare i visceri infiammati. Illustri maestri della medicina universitaria trecentesca — tra cui Taddeo Alderotti a Bologna, Pietro d'Abano a Padova e Gentile da Foligno — dedicarono ampie trattazioni dottrinali all'indicazione del salasso, analizzando la scelta del momento opportuno, la concordanza astrologica e la selezione del distretto vascolare.

Nei secoli successivi la letteratura accademica produsse voluminosi trattati sulle controversie flebotomiche (in particolare la diatriba tra salasso derivativo e revulsivo e la scelta della vena omolaterale o controlaterale al lato malato). Tuttavia, il medico fisico riteneva esaurito il proprio ufficio con la diagnosi e la prescrizione: la determinazione della vena da incidere (cefalica, basilica, mediana) e la quantità di sangue da estrarre venivano affidate all'esecuzione materiale di cerusici, barbieri o flebotomisti patentati.

L'integrazione di queste figure all'interno dell'economia sanitaria urbana trovava il proprio punto d'incontro nella bottega dello speziale. Come documentato dall'iconografia settecentesca — mirabilmente sintetizzata nella tela L'Apotecario (1752) del veneziano Pietro Longhi —, la farmacia costituiva il luogo d'elezione in cui il cerusico visitava i pazienti e impartiva le indicazioni terapeutiche, mentre lo speziale provvedeva alla trascrizione della ricetta e alla dispensazione dei relativi preparati galenici.

Le accuse di imperizia e la difesa del chirurgo: il caso di Maestro Abramo e Giovanni dalle Bande Nere

La subordinazione gerarchica della chirurgia si tradusse spesso in una sistematica campagna diffamatoria da parte dei medici fisici, pronti a imputare ogni esito letale all'imperizia manuale dell'operatore per mascherare i limiti della terapeutica accademica.

Un caso storiografico emblematico è rappresentato dalla vicenda di Maestro Abramo (Abramo da Mantova / Maestro Abramo Portaleone), stimato chirurgo ebreo al servizio della corte gonzaghesca di Mantova. Per secoli la memorialistica e la trattatistica medica — fino alla Nuova Enciclopedia Popolare dell'Ottocento — attribuirono a Maestro Abramo la responsabilità della morte del celebre capitano di ventura Giovanni de' Medici (Giovanni dalle Bande Nere), ferito al ginocchio destro da un colpo di falconetto durante i combattimenti di Governolo nel novembre 1526.

La revisione critica condotta dagli storici Carlo d'Arco e Willelmo Braghirolli nel 1867, fondata sulla trascrizione di ventisette lettere inedite conservate negli archivi mantovani, ha smantellato la tesi dell'errore chirurgico. I documenti d'epoca dimostrano che Maestro Abramo visitò il condottiero oltre venti ore dopo il ferimento, quando la cancrena gassosa e lo stato settico avevano già compromesso irreversibilmente i tessuti. L'amputazione della coscia venne eseguita con perizia e tempestività, ma il decesso del paziente fu la conseguenza inevitabile del ritardo iniziale nei soccorsi e delle gravissime lesioni traumatiche riportate in battaglia.

Gli statuti corporativi e la frammentazione delle competenze sanitarie: l'esempio fiorentino

Nei secoli tardomedievali le magistrature civiche e i governi municipali mantennero un atteggiamento pragmatico nei confronti dell'arte medica: la medicina popolare, i cerusici empirici e i terapeuti minori garantivano la continuità assistenziale per le classi rurali e urbane meno abbienti, rendendo impraticabile una loro espulsione forzata dal mercato sanitario. Il consolidamento del monopolio accademico e l'irrigidimento corporativo si affermarono compiutamente solo a partire dalla seconda metà del Cinquecento, con l'avvento della Controriforma post-tridentina e la riorganizzazione dei Protomedicati statali.

Nel XIV secolo gli statuti urbani riflettevano una visione pluralistica delle arti sanitarie. Nello Statuto dell'Arte dei Medici e Speziali di Firenze del 1349 (Capitolo XXIII, Che tutti e ciascuni esercitanti della detta arte giurino all'arte predetta, et siano sottoposti ai consoli della detta arte), l'ordinamento civico disciplinava unitariamente le molteplici competenze terapeutiche:

«Et acciò che niuno dubbio possa nascere di quegli che sono medici, spetiali e merciai, dichiariamo che tutti e ciascuni medicanti in fisica o cerusica, e acconcianti ossa, medicanti bocche nella città o contado di Firenze, quandunque avranno medicato con scrittura o senza [...]»

A questa disposizione si aggiunse, nel dicembre 1374, una riforma statutaria redatta dal giudice Nicolò di Cambione e rogata dal notaio comunale Tino di ser Ottaviano, che sanciva l'inclusione formale dei barbieri nell'alveo corporativo, equiparandoli sul piano giurisdizionale agli altri esercenti dell'arte:

«[...] come anche tutti e ciascuni barbieri, o arte o vero misterio di barbieri in alcuno modo esercitanti sieno da considerarsi appartenenti all’arte, s’intendino medici e per medici sieno avuti e reputati, e devano giurare et essere sottoposti all’arte predetta e a’ consoli della detta arte.»

Nonostante i tentativi di regolamentazione statutaria, i confini operativi tra medici fisici, speziali galenici, cerusici di bottega, barbieri-salassatori, acconciatori d'ossa e specialisti norcini rimasero a lungo fluidi e contesi, delineando una complessa geografia sanitaria in cui l'empirismo pratico e il sapere dotto convissero in un equilibrio perennemente instabile.

La bassa chirurgia e l'autonomia dei barbieri: statuti ospedalieri e tradizioni popolari

Nel corso del Basso Medioevo e per tutta la prima età moderna, l'esercizio della cosiddetta «bassa chirurgia» — comprendente la flebotomia, l'estrazione dentaria, l'incisione di ascessi e flemmoni, la medicazione di ulcere superficiali e la riduzione di lussazioni o fratture minori — fu demandato prevalentemente alla corporazione dei barbieri. Sebbene i regolamenti corporativi e le disposizioni civiche imponessero loro di operare sotto la direzione teorica dei medici fisici, i barbieri esercitarono di fatto un'ampia autonomia operativa sia negli atti chirurgici sia nella somministrazione diretta di semplici rimedi, soprattutto nelle comunità rurali e nei villaggi dove l'assistenza medica accademica risultava inaccessibile.

Questa radicata divisione del lavoro trovò espressione in un celebre patrimonio paremiologico ed etnomedico, documentato in Sicilia dalle ricerche di Giuseppe Pitrè. Il proverbio «medicu vecchiu, varveri picciottu e speziali riccu» esprimeva una precisa logica empirica: il medico doveva essere anziano per garantire maturità dottrinale ed esperienza diagnostica, il barbiere giovane per assicurare prontezza fisica, acutezza visiva e fermezza di mano nell'incisione, e lo speziale facoltoso per disporre dei capitali necessari ad approvvigionare droghe e ingredienti galenici di elevata qualità. Parallelamente, l'adagio popolare «ogni varveri sagna» consacrava il salasso come competenza ordinaria e universale della bottega del barbiere.

La formalizzazione di questa tripartizione funzionale emerge con chiarezza negli statuti delle istituzioni assistenziali rinascimentali. Nel regolamento dell'Ospedale Civile di San Francesco Grande a Padova, datato 1569, i ruoli e le competenze sanitarie venivano minuziosamente distinti:

«Un Dottor Fisico [...] per visitar tutti li poveri infermi della Casa, si homeni che donne. Un Dottor di Cirogia [...] per medicar d’onguenti tutti li poveri impiagadi dell’Ospedal. Il Barbiero per salassar tanto homeni che donne e far quanto è tenuto un buono e sufficiente Chirurgo.»

La prescrizione clinica rimaneva così rigidamente separata dall'esecuzione materiale: al medico fisico spettava la diagnosi generale e l'indicazione terapeutica, al chirurgo il trattamento topico delle lesioni con unguenti e preparati vulnerari, mentre al barbiere era affidata l'applicazione pratica della lancetta e delle manovre manuali.

L'ordinamento corporativo europeo: dalla toga lunga di Saint-Côme ai barbieri di Londra

Sul piano istituzionale, la progressiva regolamentazione dell'arte chirurgica diede luogo a complessi conflitti giurisdizionali tra chirurghi togati e barbieri in tutti i principali centri urbani europei.

A Parigi, presso il Collegio di San Cosimo (Collège de Saint-Côme), istituito all'inizio del XIII secolo (ca. 1210) sotto l'egida di Jean Pitard, si affermò una netta distinzione accademica e vestimentaria: i chirurghi di abito lungo (chirurgiens de robe longue), formati sui testi latini ed ecclesiastici e abilitati alle operazioni maggiori, difendevano la propria superiorità dottrinale rispetto ai barbieri o chirurghi di abito corto (chirurgiens de robe courte), operatori manuali di estrazione artigianale. Nel corso del XIV secolo, ripetuti editti regi stabilirono che i barbieri non potessero praticare interventi chirurgici senza aver superato un esame formale presieduto da una commissione di quattro maestri giurati. Nel 1361 vennero redatti gli statuti ufficiali della Communauté des Barbiers di Parigi — dove nel 1365 si contavano già quaranta maestri chirurghi-barbieri —, confermati da un'ordinanza del 1383 che riconosceva al Primo Barbiere e Valletto di camera del Re l'autorità di guardiano del mestiere e capo della barberia e chirurgia dell'intero reame.

In Inghilterra si verificò un'analoga evoluzione corporativa: nel 1462 re Edoardo IV concesse la prima patente reale alla corporazione dei barbieri di Londra (Worshipful Company of Barbers), riconoscendone l'autonomia giurisdizionale, il monopolio della bassa chirurgia e il controllo disciplinare sui praticanti (istituzione che nel 1540, sotto il regno di Enrico VIII, si sarebbe fusa con la gilda dei chirurghi nella Company of Barber-Surgeons).

La dogmatizzazione del salasso: il trattato di Cintio d'Amato e la critica agli eccessi iatrogeni

Nata nell'antichità classica come intervento mirato all'evacuazione di modeste quantità di sangue per riequilibrare la crasi umorale galenica, la pratica della flebotomia subì una progressiva degenerazione quantitativa tra il Basso Medioevo e l'Età dei Lumi. Elevato a panacea terapeutica e applicato sistematicamente contro ogni forma di flogosi o piressia per «raffreddare il sangue» e decongestionare i visceri, il salasso divenne una procedura massiva e iterata, responsabile di gravi anemie secondarie e collassi ipovolemici, tanto da suscitare nel XVIII secolo l'aspra ironia dei critici che accusarono la classe medica di aver versato più sangue delle guerre europee.

L'integrazione tra la prescrizione dotta del medico fisico e l'esecuzione materiale del barbiere è mirabilmente documentata dalla manualistica del Seicento, di cui costituisce un esempio fondamentale la Nuova et utilissima prattica di tutto quello ch’al diligente barbiero s’appartiene di Cintio d'Amato (Napoli: G. Fasulo, 1671).

Il frontespizio e le tavole illustrative dell'opera raffigurano con precisione la rigida gerarchia della visita: il medico, togato e provvisto dei simboli del proprio status accademico, esamina il polso e i fluidi corporei del malato e indica con l'indice il punto vascolare esatto su cui operare (vena cefalica, basilica o mediana), mentre il barbiere, chinato al capezzale con la lancetta e il bacile graduato, attende l'ordine formale per compiere l'incisione e raccogliere la quantità di sangue prescritta.

La profilassi pestilenziale di piazza: ciarlatani, cantori e la gestione del contagio

Durante le grandi crisi epidemiche che percorsero l'Europa a partire dalla peste nera del 1348, i ciarlatani e i terapeuti itineranti svolsero una fondamentale funzione di raccordo sanitario nelle campagne e nei borghi del contado, aree escluse dai circuiti assistenziali dei magistrati cittadini e prive di medici residenti. Ricorrendo a declamazioni in rima e a rappresentazioni sceniche, gli empirici diffondevano regole elementari di profilassi e smerciavano rimedi preventivi, aceti aromatici, misture di erbe carminative ed elettuari sudoriferi.

L'autorità pubblica mantenne verso di essi un atteggiamento ambivalente: se da un lato ne tollerava tacitamente la presenza per contenere il panico delle popolazioni rurali, dall'altro imponeva rigidi blocchi alla mobilità dei girovaghi, istituendo cordoni sanitari e divieti di ingresso urbano per il timore che i mercanti ambulanti divenissero vettori primari del morbo.

Le indicazioni terapeutiche dei ciarlatani riflettevano sostanzialmente i precetti della medicina ippocratico-galenica ufficiale, la quale non andò tuttavia esente da derive oscurantiste e tragiche psicosi collettive. Lo stesso chirurgo papale Guy de Chauliac, nella sua Chirurgia Magna (1363), testimoniò con rigore come autorevoli medici universitari avessero avallato le accuse popolari che imputavano l'epidemia ad avvelenamenti dolosi dei pozzi attribuiti agli ebrei, provocando feroci massacri nelle città europee; testimonianza di eccezionale valore, redatta da Chauliac mentre prestava servizio presso la corte papale di Avignone sotto i pontificati di Clemente VI e Urbano V.

Parallelamente, la medicina dotta cercò di formalizzare le misure di contenimento: il celebre maestro padovano Pietro da Tossignano fu tra i primi a teorizzare la sospensione dei contatti interpersonali e il divieto delle adunanze pubbliche (le conversationes politicae), ponendo le basi concettuali del moderno isolamento contumaciale.

La trasmissione dei precetti igienico-sanitari trovò una straordinaria diffusione attraverso la poesia popolare e i cantori di piazza. Ne è testimonianza il sirventese trecentesco conservato nel codice manoscritto edito dal filologo Salomone Morpurgo (La pestilenza del 1348, rime antiche), che compendiava le prescrizioni della Scuola Salernitana in versi mnemonici accessibili al volgo:

«Malinconia, fatica o accidente
che ti affannasse, sia da te partita,
sobriamente conduci la tua vita
con vivande pulite e vin mordente.
E più non dimorar fra moltitudine,
con cibi cordiali il gusto accenna,
il fuoco usando con buona attitudine.
Così Galeno Ippocrate e Avicenna
e molti altri dottor con prontitudine
ne disson con la lingua e con la penna.
Nel tempo corruttivo e pistolente
vero rimedio della nostra vita
l’anima ben disposta con Dio unita,
purgando il corpo ragionevolmente.
La regola c’insegna, che per conclusion sommaria
in tutto tengasi il becco in molle e ‘l pinco asciutto.»

L'igiene empirica e l'osservazione dei segni: il Consiglio contro la peste di Nicolò de Burgo

Nel corso del Trecento e del Quattrocento, la produzione scientifica contro le pestilenze integrò frequentemente elementi derivati dall'osservazione empirica dei fenomeni ambientali. Un esempio significativo è rappresentato dal Consiglio contro la peste del medico e cittadino fiorentino Nicolò de Burgo, conservato nei manoscritti della Biblioteca Universitaria di Bologna. Accanto alle consuete istruzioni dietetiche, alle fumigazioni d'erbe aromatiche e ai salassi preventivi, il testo registra un'originale annotazione clinico-ambientale:

«[...] è considerato un buon segno prognostico quando i colombi nidificano nella casa ove abita il malato, vuol dire che la fase acuta della malattia è passata e il malato non è più in pericolo di morte [...] raccomandando nel contempo di asportarne gli escrementi.»

La presenza dei volatili veniva interpretata come un indicatore biologico della dissipazione del «miasma corruttivo» che appestava l'aria dell'abitazione; l'indicazione clinica si accompagnava tuttavia a una puntuale prescrizione igienica, prescrivendo la rimozione immediata delle deiezioni per evitare ulteriori focolai di infezione domestica.

Rivalutazione storiografica dell'itineranza e la caricatura di Cyrano de Bergerac

La storiografia sanitaria contemporanea ha progressivamente superato il pregiudizio accademico che riduceva i guaritori e i terapeuti girovaghi a figure marginali o a meri impostori. L'itineranza farmaceutico-chirurgica rappresentò un pilastro essenziale della tenuta sanitaria dell'Europa preindustriale, colmando i vuoti strutturali delle istituzioni civiche e garantendo la circolazione delle materie mediche anche nei contesti più isolati.

Tale fenomeno mantiene una persistenza tangibile nelle aree economicamente depresse o isolate del globo, dove farmacisti e curatori ambulanti continuano a operare secondo modalità e gestualità affini a quelle documentate nell'Europa moderna, offrendo cure erboristiche tradizionali a comunità rurali prive di accesso ai farmaci industriali o esposte al pericolo di preparati sintetici avariati o contraffatti.

Il complesso rapporto tra il paziente e le figure dominanti dell'assistenza sanitaria trovò una celebre consacrazione letteraria nella produzione satirica del Seicento, in particolare negli scritti di Savinien Cyrano de Bergerac (1619–1655). Nel suo celebre sfogo epistolare, lo scrittore francese descrisse con spietata lucidità l'alleanza economica e metodologica della triade professionale — il medico fisico, lo speziale e il cerusico —, ridicolizzando la subordinazione del malato alle diagnosi teoriche del primo, alle somministrazioni clisteriche del secondo e ai tagli indiscriminati del terzo.

La satira libertina di Cyrano de Bergerac: il malato tra carnefici e sentenze

Nel panorama letterario e filosofico del Seicento, la reazione intellettuale alle pretese dottrinali della medicina ufficiale trovò la sua espressione più corrosiva nella corrente del libertinismo erudito. Tra le voci più lucide e caustiche spicca quella dello scrittore e drammaturgo parigino Savinien Cyrano de Bergerac (1619–1655), il quale dedicò all'alleanza tra medici, speziali e cerusici una celebre epistola satirica — intitolata Contro medici, farmacisti e cerusici —, destinata a confluire nella raccolta postuma delle sue Lettres (1654).

Nella prosa di Cyrano, la relazione terapeutica viene spogliata di ogni aura ippocratica e trasfigurata in un processo giudiziario sommario. La stanza dell'infermo si muta nel teatro di un'esecuzione capitale in cui il medico assume il ruolo di magistrato e carnefice, lo speziale opera come sgherro e il paziente giace indifeso come un condannato sul patibolo. L'autore mette a nudo i meccanismi psicologici con cui la corporazione medica proteggeva il proprio prestigio: diagnosticare sistematicamente come disperata ogni patologia per rivendicare il miracolo in caso di guarigione, e interpretare con perversa ostinazione qualsiasi segnale di declino fisico — letargia, brividi, ipotermia — come la prova inconfutabile del trionfo della terapia («Meglio! Meglio così!»).

La testimonianza epistolare: l'invettiva contro la triade sanitaria

La lettera cyraniana (nella classica versione italiana curata da Francesco Stocchetti) compendia con chirurgica esattezza l'esasperazione del malato di fronte all'autoritarismo accademico dell'Età Barocca:

«Signore, Poi che son condannato (ma essendo condanna del medico, vi produrrò contro appello più facilmente che se si trattasse di affare con la giustizia) voi desiderate che io faccia come gli assassini, quando dal patibolo concionano il popolo, e predichi alla gioventù scapigliata mentre sono fra le mani del carnefice. – La febbre ed il farmacista mi tengono il pugnale alla gola, con tanta assiduità, che, certo non permetteranno che io vi annoi molto con le mie chiacchiere.

Il mio medico non fa altro che rassicurarmi e dirmi che è cosa da nulla, ma, frattanto, agli altri dice piano che solo un miracolo potrà salvarmi. – Cosa questa che mi dà poco pensiero, perché so bene che tale gente, a causa del suo mestiere, è costretta a dare per spacciato ogni ammalato, per potersi poi vantare, se qualcuno se ne salva, che è opera loro. Ma sentite un po’ fin dove arriva la sfrontatezza del mio carnefice; peggio mi sento, più mi lamento, e più se ne rallegra, e non fa altro che regalarmi di sonori: Meglio! meglio così! Gli racconto di essere stato colto da un accesso di profondo sonno, e mi dice che è buon segno; mi vede stretto dalle spire di un accesso di sangue, e se ne rallegra come se fossi sotto l’azione di un salasso ben riuscito. Mi sento tutto gelare, e lui assicura che lo prevedeva, che proprio per spegnere il gran fuoco che mi ardeva, mi ha dato non so quali rimedi… Perfino quando son là là per morire e non posso più parlare, e i miei piangono affranti, sento che quello sbraita: Sciocchi! è la febbre che sta per spirare!

Ecco in mano di quale carnefice son caduto! Intanto, stando bene, sto per andarmene all’altro mondo. Torto da parte mia ce ne è, ed è quello di aver chiamato al mio capezzale uno di tali nemici, ma potevo mai prevedere che coloro che fan professione di guarire gli umani, s’adoperassero invece così bene a farli morire? Questa è la prima volta che son caduto nella trappola, che se già una volta vi fossi stato preso, non potrei, ora, più lagnarmene!

Solo al sognare un medico io credo si debba avere la febbre. Quelle loro cavalcature pelle e ossa, ingualdrappate di nero, sotto i loro cavalieri rigidi tutti un pezzo, sembrano tante bare con la Morte a cavalcioni. Sarà certo per questo, che la legge ha imposto loro di cavalcare solamente muli. Questa genìa è tanto scrupolosa nell’applicare le sue regole, che le fa persino osservare alle sue bestie, con tanti e tali digiuni, da ridurle quasi tisiche. Odiano tanto il calore, che appena sentono in un ammalato qualche cosa di caldo, prendono quel povero corpo per un vulcano in attività, ed ecco che cominciano, a forza di salassi e di clisteri, e di decotti di foglia di senna, di cassia, a impoverire l’organismo per indebolire, come dicono, quel fuoco che arde finché trova di che ardere. Che ve ne pare? In fin dei conti, possiamo lamentarci se esigono dieci pistole per soli dieci giorni di malattia?

Fate un po’ il paragone fra quello che si fa agli ammalati, e quello che si fa al delinquente. Il medico osserva le orine, interroga il paziente sulle sue funzioni corporali, e dà la condanna; il chirurgo lo fascia, ed il farmacista gli spara il suo colpo a tradimento dietro le spalle. Appena i tre sporgono la testa in camera, si caccia la lingua al medico, si porge il deretano al farmacista, e si tende il polso al cerusico.

Ed osservate un po’ se tutte le cose funeste non vanno di tre in tre: nell’inferno si vedono tre fiumi, tre cani, tre giudici, tre Parche, tre beati, tre Furie; i flagelli che Iddio manda ai poveri mortali vanno di tre in tre: peste, guerra, fame; mondo, carne, diavolo; fulmine, tuono, lampo; medico, farmacista, cerusico. E tre specie di uomini sono sulla terra fatte a bella posta per tormentare l’umanità: l’avvocato per la tasca, il medico per il corpo, il prete per l’anima. Ed hanno perfino il coraggio di vantarsene!

Sentite: un giorno che il medico entrava nella mia camera gli chiesi ex abrupto: Quanti? Quello sfacciato assassino, intuendo subito che gli chiedevo degli assassinii commessi, carezzandosi la barba mi rispose: Tanti! e non me ne vergogno! Concludiamo: i medici ci mandano la Morte ora con un granello di mandragora, ora nella cannula di una siringa, ora sulla punta di un bisturi, ed hanno l’abitudine di racchiudere il loro veleno in parole tanto melate, che quasi credetti il mio mi volesse annunziare la più alta onorificenza da parte del Re, quando mi annunziò che stava per procurarmi un benefizio corporale.

Troppo gravi sono però i delitti di questi Messeri per punirli solamente con barzellette! Bisognerebbe affidarli alla giustizia in nome dei morti! Non troverebbero un difensore in tutta la cristianità, e non vi sarebbe giudice che non ne convincesse qualcuno di aver ammazzato perfino suo padre, e fra tutti i poveretti spediti da essi al camposanto, non ve ne sarebbe uno che non mostrerebbe i denti! Quando muore uno di cotali Messeri, si piange solo perché è vissuto troppo a lungo.

Ma, mio Dio! È là il mio ottimo angelo custode che si avvicina! Si! lo riconosco dai paludamenti! Vade retro Satana! Datemi dell’acqua santa! È un diavolo eretico: non ha paura dell’acqua benedetta! Avessi almeno tanta forza da fracassargli il grugno. Verrà certo a propinarmi qualche altra delle sue tisane, così che io a forza di ingollare consommés, son quasi consumato anche io! Accorrete presto, Signore, venite in mio aiuto, se non volete che se ne vada all’altro mondo. Il vostro fedele servitore.»

Il dogma antiflogistico e la clinica depletiva: salassi, clisteri e purganti

La sferzante parodia di Cyrano de Bergerac coglie con precisione scientifica i fondamenti fisiopatologici della terapeutica secentesca. La medicina accademica dell'epoca, ancorata a una rigida reinterpretazione del galenismo e delle prime teorie iatromeccaniche, individuava nella piressia e nel calore corporeo («un vulcano in attività») il principale agente di corruzione degli umori. L'obiettivo primario del medico non consisteva nel sostenere le difese organiche dell'ammalato, bensì nello spegnere l'incendio febbrile mediante una sistematica azione di svuotamento e raffreddamento (deplezione umorale).

Tale strategia clinica si articolava attraverso precisi presidi terapeutici:

  • La flebotomia evacuativa: la sottrazione ripetuta e copiosa di sangue (operata dal cerusico o dal barbiere su indicazione del medico fisico) mirava a decongestionare il sistema vascolare e ad abbassare la temperatura interna, provocando sistematicamente anemie secondarie, ipotensione e collassi cardiocircolatori scambiati per sedazione della malattia;
  • L'idroterapia retrograda (il clistere): somministrato dallo speziale tramite pesanti siringhe metalliche a cannula ricurva (il clyster), l'enteroclisma costituiva l'atto terapeutico più frequente e invasivo, allestito con decotti emollienti, oli vischiosi o soluzioni irritanti per forzare l'evacuazione intestinale;
  • La purgazione drastica e la farmacopea lassativa: l'impiego massiccio di droghe vegetali ad azione antrachinonica e idragoga. Tra queste spiccavano i decotti di foglie e follicoli di senna (Senna alexandrina / Cassia senna), ricchi di sennosidi irritanti per la motilità del colon, e la polpa di cassia (Cassia fistula), utilizzata come lassativo osmotico. Per sedare il dolore o indurre uno stato di narcosi forzata si ricorreva talvolta all'estratto di mandragora (Mandragora officinarum), solanacea ad alta concentrazione di alcaloidi tropanici (iosciamina, scopolamina, atropina) il cui dosaggio empirico oscillava pericolosamente tra la sedazione e l'avvelenamento iatrogeno letale;
  • Il digiuno e i regimi di consunzione: all'evacuazione meccanica dei fluidi si associava una drastica privazione calorica. Il paziente veniva alimentato quasi esclusivamente con brodi leggeri (i consommés), privandolo di qualsiasi apporto proteico ed energetico; lo sfinimento terminale dell'infermo veniva salutato dal medico come la prova clinica dell'avvenuta estinzione della febbre («Sciocchi! è la febbre che sta per spirare!»).

La liturgia del consulto e la «triade funesta»: compiti, tariffe e simbolismo

L'invettiva di Cyrano svela la rigida spartizione corporativa che regolava la visita medica al capezzale del malato abbiente. Le tre professioni sanitarie formavano una filiera operativa inscindibile, definita satiricamente una trinità funesta al pari dei grandi flagelli dell'umanità (peste, guerra e carestia):

  • Il Medico Fisico: vertice teorico della consultazione, egli non toccava corporalmente il paziente. La sua indagine si limitava all'interrogatorio anamnestico, alla palpazione a distanza del polso e soprattutto all'uroscopia (l'esame visivo dei sedimenti urinari nella matula di vetro), sulla base della quale emetteva la diagnosi e stilava la ricetta formale («si caccia la lingua al medico [...] e dà la condanna»);
  • Lo Speziale (Farmacista): incaricato della preparazione galenica dei rimedi prescritti e della somministrazione diretta dei clisteri e delle pozioni depletive («si porge il deretano al farmacista»), operando come braccio farmacologico dell'alleanza;
  • Il Cerusico o Barbiere: esecutore materiale degli atti cruenti, chiamato a incidere la vena designata, raccogliere il sangue nei bacili graduati e applicare bende e pomate vulnerarie sulle ferite («si tende il polso al cerusico»).

A questa ritualità si sommava la critica all'esosità degli onorari: il costo esorbitante delle cure («dieci pistole per soli dieci giorni di malattia») trasformava la malattia in una speculazione economica ai danni delle famiglie. Perfino l'abbigliamento e le abitudini dei medici dotti alimentavano l'inquietudine popolare: l'obbligo statutario imposto dalle magistrature civiche e universitarie di cavalcare esclusivamente mule e parare le cavalcature con drappi neri — norma introdotta per garantire modestia e decoro accademico distinguendo i medici dai militari — veniva percepito dal popolo come l'avanzata spettrale della Morte stessa al trotto per le vie urbane.

Dalla satira teatrale all'incisione novecentesca: l'Apotecario Reale di Simon Dittrich

Il motivo satirico della triade medica e della liturgia farmacologica, immortalato da Cyrano de Bergerac e ripreso con analoga forza teatrale dalle commedie di Molière (da Monsieur de Pourceaugnac a Le Malade imaginaire), ha continuato a esercitare una profonda fascinazione sull'immaginario artistico europeo fino all'età contemporanea.

Un'esemplare rilettura novecentesca di questo universo simbolico è testimoniata dall'opera grafica dell'artista tedesco Simon Dittrich (nato nel 1940), celebre per le sue incisioni dedicate ai tipi storici, alle corporazioni e alle figure emblematiche dell'età moderna. Nella sua celebre acquaforte Der Königliche Apotheker (L'Apotecario Reale, 1983, stampata in tiratura limitata a 100 esemplari numerati), Dittrich rielabora la figura dello speziale di corte secondo un linguaggio visivo rigoroso e straniante.

L'apotecario è raffigurato con un fastoso costume barocco, irrigidito entro una solenne compostezza istituzionale e circondato dagli attributi iconografici della sua arte: bilance di precisione, alambicchi, recipienti galenici decorati e fiale di elisir. L'opera di Dittrich condensa con straordinaria efficacia la duplice anima della farmacia dell'età barocca: da un lato l'investitura regale, l'ambizione scientifica e il decoro corporativo; dall'altro la rigidità dottrinale, la teatralità dell'apparato cerimoniale e la segreta continuità con il mondo degli alchimisti e dei cerretani di piazza, a testimonianza di come l'eredità storica dello speziale rimanga indissolubilmente legata alle sue contraddizioni originarie.

Bibliografia e fonti per approfondire

La ricostruzione storica della medicina e della farmacia itinerante, dell'attività dei cerretani e dei montimbanchi, della chirurgia empirica dei cerusici e delle dispute giurisdizionali con i collegi dei medici fisici e le corporazioni degli speziali si fonda su un ricco apparato di fonti primarie e contributi storiografici specialistici. Il quadro della documentazione include gli atti dei congressi nazionali e internazionali di storia dell'arte sanitaria, le grida e i bandi emessi dai Magistrati di Sanità e dai Protomedicati degli antichi Stati italiani, la trattatistica medica e satirica dell'Età Moderna, nonché monografie e saggi accademici dedicati al ciarlatanismo, alla farmacopea galenica di piazza e all'evoluzione delle professioni sanitarie.

Di seguito si riporta la bibliografia delle opere e dei saggi di riferimento:

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  • AA.VV., Atti del XVIII Congresso Italiano di Storia della Medicina (Sanremo, 1962), Sanremo, 1962.
  • AA.VV., Atti del XXI Congresso Nazionale di Storia della Medicina (Perugia, 1965), Perugia, 1965.
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  • AA.VV., Atti del XXX Congresso Nazionale di Storia della Medicina (Martina Franca, 1981), Martina Franca, 1981.
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  • Becciani, U. G., Ancora sui ciarlatani, Pistoia, Il Papyrus (Miniedizioni), 2006.
  • Becciani, U. G., Ciarlatani nei secoli, Pistoia, Il Papyrus (Miniedizioni), 2005.
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  • Chiappelli, A., Primordi della pubblicità medica in Italia, in «Bollettino dell’Istituto Storico Italiano dell’Arte Sanitaria», Roma, 1935.
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