L'arte di preparare: dagli antichi mortai alla tecnologia galenica
Le sette operazioni fondamentali nel Compendium aromatariorum
La prassi operativa delle spezierie medievali e rinascimentali trovò la sua prima codificazione metodologica e deontologica nel Compendium aromatariorum, redatto attorno alla metà del XV secolo dal medico e speziale Saladino Ferro d'Ascoli e dato alle stampe a Bologna nel 1488. Nel trattato Saladino individuò sette operazioni fondamentali (septem operationes fundamentales) necessarie per la corretta trasformazione della materia medica:
- Terere (triturare o polverizzare): la riduzione meccanica delle droghe in frammenti minuti o polveri omogenee per facilitarne l'estrazione, la miscelazione e il dosaggio;
- Abluere (lavare o purificare): il lavaggio con acqua o aceto per asportare impurità grossolane, residui terrosi o frazioni acri indesiderate;
- Infundere (infondere o macerare): l'estrazione a freddo o a caldo dei principi attivi mediante solventi acquosi, alcolici o oleosi;
- Coquere (cuocere o digerire): l'applicazione controllata del calore per addolcire, concentrare o favorire la combinazione chimico-fisica degli elementi;
- Destillare (distillare): la separazione dei componenti volatili per mezzo del calore e la loro successiva condensazione;
- Bene conficere (confezionare con arte): la composizione magistrale dei diversi ingredienti secondo proporzioni rigorose e formule codificate;
- Confecta bene conservare (conservare appropriatamente i preparati): la custodia dei medicamenti finiti in recipienti idonei, al riparo da luce, aria e umidità.
Questo schema operativo determinò l'assetto logistico e la dotazione strumentale delle officine farmaceutiche per oltre quattro secoli, imponendo la presenza di presidi dedicati a ciascuna fase di lavorazione dei semplici.
Il mortaio: principio meccanico, materiali e varianti funzionali
Tra tutti gli strumenti d'officina, il mortaio ha costituito per secoli l'emblema e l'utensile primario della spezieria. La polverizzazione (trituratio) rappresentava una condizione preliminare fondamentale: aumentando la superficie di contatto tra droga e solvente, essa consentiva di accelerare i processi estrattivi, omogeneizzare polveri composite e facilitare l'incorporazione degli attivi in eccipienti grassi, sciroppi o paste.
La marcata eterogeneità di consistenza delle matrici naturali — dalla fibrosità coriacea di radici e cortecce alla tenacità delle resine, fino alla friabilità di sali minerali e foglie essiccate — impose un'ampia diversificazione nelle dimensioni, nei profili e nei materiali costruttivi:
- Grandi mortai in bronzo o ferro fuso: con capacità compresa tra i dieci e i cinquanta litri, erano destinati alla frantumazione grossolana di ingenti quantità di droghe. Per consentire all'operatore di esercitare una percussione efficace, venivano alloggiati su robusti ceppi in legno massello che portavano l'imboccatura ad altezza ottimale. Nei modelli di maggiore stazza il pesante pestello metallico era collegato, tramite una correggia di cuoio, a un arco metallico elastico o a una balestra fissata alla parete o al soffitto: la forza di richiamo elastico alleggeriva la fatica di sollevare ripetutamente la considerevole massa battente. L'imboccatura era frequentemente schermata da un cappuccio in cuoio o tela per impedire la dispersione nell'ambiente di polveri volatili o irritanti.
- Mortai intermedi in bronzo e ottone: impiegati per la pestatura e la miscelazione di quantitativi medi di composti galenici, caratterizzati da pareti spesse e basi svasate per assorbire l'urto meccanico continuo.
- Mortai in marmo, ceramica e vetro spesso: utilizzati per l'allestimento di preparazioni delicate, polveri minerali e composti chimici reattivi che avrebbero intaccato o alterato le superfici metalliche.
- Mortai in porfido, agata e pietre dure: dotati di cavità e pestelli a superficie speculare priva di porosità, indispensabili per la polverizzazione finissima (levigatio) di composti chimici, ossidi metallici, sali e preparati oftalmici.
Accanto alla funzionalità tecnica, i grandi mortai in bronzo rappresentavano simboli di prestigio per la bottega speziale. Fusi a cera persa da abili maestri fonditori, essi presentavano ricchi apparati decorativi: stemmi gentilizi o corporativi, mascheroni, fregi rinascimentali o barocchi e cartigli con la data di fusione e il nome del committente o dell'artefice, elementi che ne fanno oggi manufatti di elevato valore storico e antiquario.
L'officina preindustriale: calore, separazione e distillazione spagirica
Oltre al settore dedicato alla triturazione meccanica, la spezieria tradizionale disponeva di un articolato apparato per le operazioni termiche e separative. Il focolare a tiraggio controllato e i fornelli alimentavano bagnomaria (balnea Mariae), bagni di sabbia e fornelle di digestione, garantendo apporti calorici graduali e uniformi per la cottura di elettuari, sciroppi, decotti e cerotti.
La separazione delle frazioni liquide dalle matrici solide avveniva attraverso presidi specializzati:
- Crivelli e buratti: telai circolari in legno con fondi in crine, seta o filo d'ottone, calibrati per selezionare le polveri secondo granulometrie standardizzate;
- Torchi a vite: strutture in legno massello rinforzate in ferro, dotate di gabbie forate e piastre di pressione per la spremitura di polpe vegetali fresche, semi oleosi ed estratti idroalcolici;
- Filtri e maniche di Ippocrate: coni di tessuto di lana, feltro o lino sospesi a supporti lignei per la chiarificazione di liquidi densi e sciroppi, affiancati da recipienti in rame stagnato per la decantazione.
Tra la fine del XVI e il XVII secolo, con l'affermazione della chimica spagirica e della medicina paracelsiana, l'officina accolse un nuovo corredo vetrario e metallico destinato alla distillazione frazionata e alla sublimazione: alambicchi con capitelli a elmo, storte in vetro di Boemia, recipienti di raccolta (pellicani e beole), serpentini di raffreddamento a circolazione d'acqua e cristallizzatori in ceramica invetriata per la purificazione dei sali minerali.
La meccanizzazione dell'Ottocento e la nascita dell'officina chimico-galenica
Nel corso del XIX secolo l'applicazione delle scoperte chimiche e lo sviluppo della meccanica trasformarono radicalmente il laboratorio farmaceutico. La necessità di allestire forme farmaceutiche dosate in serie portò all'introduzione di macchinari semi-industriali d'officina:
- Pilloliere meccaniche e taglierine scanalate: strumenti costituiti da basi scanalate in ottone e regoli mobili combacianti, capaci di dividere cilindri di massa plastica (magdaleoni) e modellarli rapidamente in pillole sferiche calibrate;
- Comprimitrici a leva e semiautomatiche: presse a punzone singolo o rotative per la compattazione a secco di polveri e granulati in compresse a rilascio uniforme;
- Incapsulatrici manuali e opercolatrici: piastre forate di caricamento per il riempimento simultaneo e la chiusura di capsule di gelatina dura (introdotte a metà Ottocento da François Mothes e Stanislas Limousin);
- Miscelatori meccanici e laminatoi per pomate: apparecchi a rulli di porcellana o metallo azionati a manovella per omogeneizzare unguenti, paste e creme dermatologiche.
Verso la fine del secolo, l'affermazione delle teorie microbiologiche impose l'adozione di rigorosi protocolli di asepsi. I laboratori farmaceutici si dotarono di filtri Chamberland in ceramica porosa per la filtrazione sterilizzante di fluidi termolabili, stufe Poupinel per la sterilizzazione a secco della vetreria, autoclavi a vapore saturo sotto pressione per soluzioni iniettabili e microsaldatori a gas per la chiusura ermetica delle fiale in vetro neutro.
Dalla transizione industriale novecentesca al rilancio della galenica magistrale
A partire dal terzo decennio del Novecento, con la rapida espansione della produzione chimico-farmaceutica industriale, la fabbricazione dei medicamenti si è trasferita progressivamente dalle officine territoriali agli stabilimenti industriali. L'avvento delle specialità medicinali preconfezionate e standardizzate ha ridotto in modo drastico l'allestimento magistrale estemporaneo in bottega.
Nel corso del secondo dopoguerra lo strumentario storico delle farmacie è andato incontro a una rapida dismissione: gran parte delle apparecchiature meccaniche è stata accantonata, lasciando il posto ai soli «apparecchi ed utensili obbligatori» prescritti dalla Tabella n. 6 della Farmacopea Ufficiale (bilance analitiche, capsule, spatole, termometri e mortai d'uso saltuario).
Negli ultimi decenni l'evoluzione della clinica terapeutica ha determinato una significativa rinascita della galenica magistrale. L'esigenza di formulazioni personalizzate per pazienti pediatrici e geriatrici, l'allestimento di dosaggi non reperibili in commercio, la preparazione di farmaci orfani, formulazioni prive di specifici conservanti o allergeni e la standardizzazione di estratti fitoterapici hanno ridato centralità al laboratorio di farmacia. Questo rinnovato presidio d'officina opera oggi avvalendosi di tecnologie avanzate — tra cui cappe a flusso laminare, turboemulsori sottovuoto, opercolatrici elettroniche e spettrofotometri di controllo —, coniugando il rigore della moderna assicurazione di qualità con la secolare tradizione dell'arte preparatoria.