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Alle origini della farmacologia: il Dioscoride viennese e la tradizione della materia medica

Un monumento della medicina classica: il Codex Vindobonensis Med. Gr. 1

Nel panorama della storia della farmacia e della medicina tardo-antica e medievale, il cosiddetto Dioscoride viennese rappresenta il più celebre e autorevole codice miniato pervenuto dall'antichità. Confezionato a Costantinopoli attorno al 512 d.C. su commissione per la patrizia bizantina Anicia Giuliana (Iuliana Anicia), figlia dell'imperatore d'Occidente Anicio Olibrio, il manoscritto è custodito presso la Biblioteca Nazionale Austriaca (Österreichische Nationalbibliothek) di Vienna con la segnatura ufficiale Codex Medicus Graecus 1.

L'opera costituisce una monumentale miscellanea enciclopedica di carattere farmacologico, botanico e zoologico, impreziosita da un apparato iconografico di eccezionale perizia naturalistica. Al di là del suo inestimabile pregio artistico, il codice fu concepito ed effettivamente impiegato come un autentico manuale di consultazione terapeutica e officinale. L'esame codicologico e materiale delle pergamene evidenzia le tracce di un uso pratico protrattosi per oltre un millennio da parte di medici, speziali e studiosi.

Il compendio raccoglie e sistematizza il patrimonio della materia medica classica attraverso la catalogazione di circa mille sostanze naturali ripartite nei tre regni biologici e minerali:

  • Regno vegetale: costituisce il nucleo preponderante dell'opera, con la trattazione dettagliata e la raffigurazione di 813 piante medicinali;
  • Regno animale: comprende 101 derivati di origine biologica (inclusi prodotti del corpo umano e derivati zootecnici);
  • Regno minerale: descrive 102 sostanze fossili, terre officinali, sali e composti metallici.

L'insieme di queste risorse naturali alimentava un repertorio prescrittivo di ben 4.740 indicazioni e applicazioni terapeutiche distinte, documentando il livello di specializzazione e di complessità raggiunto dalla posologia e dalla galenica greco-romana.

La traiettoria storica: da Costantinopoli alla Biblioteca Imperiale di Vienna

Le vicende conservative del codice riflettono i principali snodi geopolitici e culturali del bacino mediterraneo tra Medioevo ed Età Moderna. Nel 1204, in occasione del saccheggio di Costantinopoli durante la Quarta Crociata, il manoscritto fu requisito dai Crociati occidentali ed entrò nel tesoro del neonato Impero Latino. Dopo la riconquista bizantina della capitale nel 1261 sotto la dinastia dei Paleologi, il codice tornò in possesso delle istituzioni greche.

A metà del XIV secolo, attorno al 1350, il monaco Neofito del monastero di San Giovanni Battista in Petra (Prodromos en te Petra) promosse una fondamentale trascrizione integrale del testo, consentendo la diffusione di copie manoscritte derivate. Nel 1406 il dotto notaio patriarcale Giovanni Cortasmeno (Ioannes Chortasmenos, futuro metropolita Ignazio di Selimbria) diresse un profondo restauro conservativo del volume, allora gravemente logorato dall'uso: Cortasmeno provvide a una nuova legatura, compilò una tavola analitica dei contenuti e trascrisse in minuscola corsiva bizantina le didascalie e le legende in onciale ormai sbiadite o poco leggibili.

Dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453 per mano delle truppe ottomane di Maometto II, il manoscritto continuò a svolgere un ruolo operativo di primo piano nell'Oriente mediterraneo. Sulle sue carte si sovrapposero annotazioni e glosse marginali in arabo, persiano, turco ottomano ed ebraico, a riprova della convergenza scientifica tra le diverse scuole mediche. Nel corso del XVI secolo il codice pervenne nelle mani del celebre medico ebreo Moses Hamon (ca. 1490–1554), archiatra di corte del sultano Solimano il Magnifico.

Nel 1569 il diplomatico e umanista fiammingo Ogier Ghislain de Busbecq, già ambasciatore imperiale di Ferdinando I presso la Sublime Porta, condusse per conto dell'imperatore Massimiliano II d'Asburgo le trattative con il figlio di Hamon per l'acquisto del manoscritto, perfezionato per l'ingente somma di 100 ducati d'oro. Trasferito a Vienna nella Biblioteca Imperiale (Hofbibliothek), il codice divenne l'oggetto di studio privilegiato per generazioni di botanici, filologi e medici umanisti, tra cui Pietro Andrea Mattioli.

Conservazione, restauri moderni ed edizioni scientifiche

Le secolari sollecitazioni meccaniche e il degrado chimico del supporto pergamenaceo resero indispensabile un radicale intervento conservativo nel corso del Novecento. Tra il 1960 e il 1965 il codice fu affidato all'Istituto di Restauro della Österreichische Nationalbibliothek, che procedette al consolidamento e alla distensione delle membrane pergamenacee, arrestando i fenomeni di sfaldamento degli strati pigmentari delle miniature.

La fruizione scientifica del codice è stata garantita nel tempo da fondamentali edizioni critiche e riproduzioni anastatiche:

  • L'edizione fototipica del 1906: promossa da Joseph von Karabacek con i contributi paleografici e filologici di Anton von Premerstein, Carl Wessely e Josef Mantuani (Leida, Sijthoff);
  • Il facsimile integrale del 1970: pubblicato a colori nella collana Codices Selecti dalla Akademische Druck- u. Verlagsanstalt (ADEVA) di Graz, corredato dal commentario magistrale dello storico Hans Gerstinger;
  • L'edizione monumentale del 1998–1999: curata dal paleografo Otto Mazal per i tipi della medesima casa editrice austriaca, punto di riferimento per la moderna codicologia bizantina.

La struttura dell'opera: dal canone tematico alla recensione alfabetica

Il testo originario composto nel I secolo d.C. dal medico greco Pedanio Dioscoride di Anazarba, intitolato Perì hýles iatrikês (noto nella tradizione latina come De materia medica), era strutturato sistematicamente in cinque libri ordinati per affinità morfologica ed efficacia farmacologica:

  1. Libro I: piante aromatiche, essenze, oli, unguenti, balsami e alberi da frutto;
  2. Libro II: animali, grassi e prodotti d'origine biologica (miele, latte), unitamente a cereali, legumi e ortaggi;
  3. Libro III e Libro IV: radici officinali, succhi vegetali, erbe spontanee, erbe ad azione narcotica e composti tossici;
  4. Libro V: la vite, i vini medicinali, le bevande fermentate e le sostanze minerali e metalliche.

Accanto a questa redazione metodica, tra il II e il III secolo d.C. si affermò nella prassi sanitaria una versione illustrata riorganizzata secondo l'ordine alfabetico (Dioscorides alphabeticus), concepita per consentire un reperimento immediato della voce farmacologica. Il Dioscoride viennese costituisce l'archetipo e il più insigne testimone superstite di questa redazione alfabetica illustrata.

L'apparato iconografico e il collegio medico: il gruppo di Chirone (f. 2v)

In apertura all'erbario vero e proprio, il codice presenta una serie di sontuose miniature a piena pagina che sintetizzano la genealogia della scienza medica antica. Tra queste spiccano la figura del pavone (f. 1v, originariamente pertinente a un trattato ornitologico), il celebre ritratto dedicatorio di Anicia Giuliana affiancata dalle personificazioni della Magnanimità e della Prudenza (f. 6v), e due imponenti tavole raffiguranti i collegi dei medici fondatori.

Al foglio 2v, racchiusa entro una ricca cornice quadrata a festoni d'alloro, compare la composizione nota come \"gruppo di Chirone\", nella quale il centauro Chirone — maestro mitico di Asclepio e personificazione dell'arte di sanare — siede al centro circondato da sei tra i più insigni farmacologi e medici dell'antichità classica, identificati da didascalie greche marginali:

  • Macaone (in alto a sinistra): figlio di Asclepio ed eroe omerico, medico dell'armata achea durante la guerra di Troia;
  • Panfilo di Alessandria (al centro a sinistra): grammatico e lessicografo del I secolo d.C., autore dei repertori di sinonimi botanici e dialettali confluiti nel testo del codice;
  • Senocrate di Afrodisia (in basso a sinistra): medico e farmacologo attivo in età augustea e tiberiana, celebre per le sue indagini sull'utilizzazione medica dei prodotti animali e sulla dietetica;
  • Sestio Nigro (in alto a destra): farmacologo romano di lingua greca del I secolo a.C.–I secolo d.C., compilatore di un fondamentale trattato sui medicamenti fondato sull'eredità di Teofrasto, Ippocrate, Diocle di Caristo, Nicandro e Crateua;
  • Eracleide di Taranto (al centro a destra, ca. 75 a.C.): eminente esponente della scuola empirica, pioniere della sperimentazione farmacologica, della chirurgia e della tossicologia;
  • Mantia (in basso a destra): medico e farmacologo ellenistico del III–II secolo a.C., discepolo della scuola di Erofilo e autore di celebri raccolte di ricette magistrali standardizzate.

Il secondo collegio medico: la canonizzazione di Galeno e dei tossicologi (f. 3v)

Al foglio 3v, speculare al gruppo di Chirone, il Dioscoride viennese presenta la seconda grande miniatura a piena pagina dedicata alle autorità fondative della medicina classica, convenzionalmente definita "gruppo di Galeno". Al centro della composizione, assiso su un seggio magistrale entro una cornice decorata a motivi fitomorfi, siede Claudio Galeno di Pergamo (129–199/216 d.C.), il supremo sistematizzatore della fisiologia umorale ippocratica e autore di una monumentale produzione scientifica che spazia dall'anatomia alla dietetica, dalla diagnostica sfigmica alla farmacologia clinica. Il codice viennese conserva in questo foglio il più antico ritratto galenico e il più antico testimone manoscritto dell'opera dell'archiatra pergameno giunto fino all'età contemporanea.

Galeno è circondato da sei tra i più autorevoli medici, farmacologi e poeti didascalici del mondo ellenistico e romano, identificati da legende onciali:

  • Crateua (in alto a sinistra): medico personale e tossicologo di Mitridate VI Eupatore, re del Ponto (120–63 a.C.). Crateua fu l'autore del Rhizotomikón, il primo erbario figurato della tradizione occidentale in cui la rappresentazione grafica della pianta era accompagnata dalla descrizione morfologica e dalle proprietà officinali, costituendo la fonte iconografica primaria confluita nella tradizione dioscoridea;
  • Apollonio Mys di Alessandria (al centro a sinistra): farmacologo del I secolo a.C.–I secolo d.C. appartenente alla scuola erofilea, celebre nell'antichità per i suoi trattati sulla composizione degli unguenti officinali (Perì mýron) e sulla formulazione di rimedi topici;
  • Andrea di Caristo (in basso a sinistra): archiatra di Tolomeo IV Filopatore (regnante dal 222 al 204 a.C.), pioniere della tossicologia medica, inventore di apparecchi ortopedici e autore del Nárthex ("La cassetta dei medicinali"), rinomata raccolta di formule galeniche;
  • Pedanio Dioscoride di Anazarba (in alto a destra): l'autore del De materia medica, raffigurato in posa meditativa mentre sorregge il proprio scritto;
  • Nicandro di Colofone (al centro a destra): poeta didascalico del II secolo a.C. e maestro della tossicologia ellenistica; ai suoi piedi compare un serpente avvolto a spira, allusione iconografica ai suoi poemi sui veleni animali;
  • Rufo di Efeso (in basso a destra): insigne clinico, anatomista e dietologo attivo tra Alessandria e Roma in età traianea (98–117 d.C.), noto per i suoi commentari a Ippocrate e per le indagini sulle affezioni renali e vescicali; a lui la tradizione bizantina ascriveva la redazione del poemetto Carmen de viribus herbarum.

L'iconologia della scoperta officinale: il mito della mandragora (ff. 4v, 5v e 7v)

I fogli 4v e 5v ospitano due celebri tavole allegoriche che illustrano le modalità di acquisizione e formalizzazione del sapere botanico-farmacologico attraverso l'esempio emblematico della mandragora (Mandragora officinarum L.), solanacea ricca di alcaloidi tropanici (iosciamina, scopolamina e atropina) impiegata nell'antichità classica come potente anestetico chirurgico, sedativo e analgesico.

Al foglio 4v è rappresentata l'estrazione rituale della pianta dalla radice antropomorfa. A sinistra compare Dioscoride assiso in cattedra che riceve la radice da Heúresis (la personificazione del "Ritrovamento" o dell'invenzione terapeutica), raffigurata come una nobile figura femminile stante. Tra i due giace a terra un cane agonizzante, al quale è assicurata l'estremità della pianta. La scena recepisce la tradizione magico-folklorica descritta dallo storico Flavio Giuseppe nel De bello Iudaico (VII, 180–185) a proposito della radice miracolosa baaras: per aggirare le letali esalazioni emesse dal fittone al momento dello sradicamento, la terra circostante veniva scavata lasciando la radice parzialmente ancorata al terreno, per poi legarvi un cane che, attirato con del cibo, estraeva la pianta sacrificando la propria vita e rendendo la droga manipolabile in sicurezza dal medico.

Il foglio 5v documenta la trasposizione scientifica e artistica della scoperta. All'interno dello studio medico, Epínoia (la personificazione del pensiero riflessivo e dell'intuizione razionale) porge il cespo di mandragora a un pittore (iconographos) intento a riprodurne dal vivo la morfologia su un cavalletto, mentre a destra Dioscoride siede a un leggio annotando su un codice pergamenaceo le virtù terapeutiche del semplice. L'allegoria sintetizza l'ideale epistemologico della farmacognosia tardo-antica: l'efficacia del rimedio scaturisce dalla convergenza tra intuizione teorica (Epínoia), rigorosa fedeltà dell'osservazione iconografica dal naturale e sistematizzazione scritta dell'esperienza clinica.

A conclusione della sezione proemiale, dopo il ritratto dedicatorio di Anicia Giuliana (f. 6v), il foglio 7v presenta il monumentale frontespizio dell'opera, racchiuso entro una corona d'alloro con legende in onciale bizantina: «Qui è contenuta l'opera di Pedanio Dioscoride di Anazarba su piante, radici, succhi, semi, foglie e sostanze medicamentose».

L'erbario alfabetico (ff. 12v–387r): anatomia della scheda e genesi filologica

Il corpo principale del Dioscoride viennese (ff. 12v–387r) è costituito da un erbario illustrato organizzato in ordine alfabetico comprendente 383 monografie su piante medicinali. Ciascuna scheda botanica si articola secondo un modello prescrittivo e descrittivo rigorosamente codificato:

  1. Nomenclatura primaria: indicazione del nome greco classico del semplice vegetale;
  2. Apparato di sinonimie: repertorio dei corrispettivi dialettali e forestieri in lingua latina, punica, egizia, dacica, celtica e siriaca, desunto dalle ricerche lessicografiche di Panfilo di Alessandria;
  3. Morfologia descrittiva (charakterismós): analisi comparata di radici, fusto, foglie, fioritura e semi per consentire l'inequivocabile riconoscimento della pianta sul campo;
  4. Corologia ed ecologia: individuazione dell'habitat naturale, della distribuzione geografica e dei terreni di crescita prediletti;
  5. Controllo di purezza e saggi organolettici (dokimasía): metodiche empiriche per accertare la freschezza della droga e smascherare frodi commerciali, sofisticazioni o alterazioni dovute a cattivo stoccaggio;
  6. Tempo balsamico e conservazione: definizione del momento stagionale idoneo per la raccolta delle singole parti e procedure di essiccazione al riparo dalla luce e dall'umidità;
  7. Tecnologia galenica: istruzioni per l'allestimento di forme farmaceutiche quali estratti fluidi, succhi espressi, polveri, decotti acquosi, vini medicati, unguenti e cataplasmi;
  8. Azione farmacologica e indicazioni terapeutiche (dýnamis): proprietà umorali della sostanza (gradi di calore, freddo, secchezza o umidità), spettro di efficacia clinica, dosaggi raccomandati e relativi correttivi per neutralizzare eventuali tossicità secondarie.

La complessa architettura del codice riflette una stratificazione redazionale secolare. Le indagini filologiche condotte da Max Wellmann e Otto Mazal hanno dimostrato che il nucleo figurato originario risale a un'edizione illustrata dell'erbario di Crateua (inizi del I secolo a.C.), fuso verso il 200 d.C. con estratti tratti dai trattati terapeutici di Galeno; a questo stadio primigenio corrisponde l'indice arcaico dei ff. 8r–10v, che cataloga 264 specie rispetto alle 435 originarie. Tra il III e il IV secolo d.C. il materiale fu integrato con le sinonimie di Panfilo e riorganizzato in ordine alfabetico continuo, generando l'archetipo dal quale nel 512 d.C. i miniatori e gli scribi costantinopolitani trassero il codice per Anicia Giuliana.

Le appendici officinali e la tossicologia di Nicandro

Ad arricchire l'opera di Dioscoride, il codice include una serie di trattati complementari che completavano il panorama terapeutico tardo-antico:

Una prima appendice illustrata cataloga sedici "piante sacre agli dèi", compendio di botanica magico-rituale e officinale in cui figurano semplici di primaria rilevanza terapeutica: la camomilla (Chamaemelum nobile / Matricaria chamomilla), l'artemisia (Artemisia spp.), la frangula, la potentilla, il lamio, il celebre dittamo di Creta (Origanum dictamnus, rinomato per le virtù vulnerarie ed emmenagoghe), la salvia, il cipresso, la centaurea minore, il crisantemo, la peonia (Paeonia spp.), il teucrio, la mitica erba moly descritta da Omero, la calendula e il corallo (considerato dalla biologia antica un arbusto marino pietrificato dalle spiccate doti emostatiche e cicatrizzanti).

Seguono le parafrasi in prosa scientifica, redatte dal sofista Eutecnio, dei due grandi trattati in esametri composti nel II secolo a.C. da Nicandro di Colofone:

  • I Theriaká: dedicati alla patologia e alla cura dei morsi e delle punture di animali velenosi (serpenti, vipere, scorpioni, ragni e imenotteri). Il testo analizza i quadri clinici causati dall'inoculazione dei veleni e descrive la composizione di complessi elettuari e composti polifarmaceutici (antidota) a base di erbe aromatiche, radici amare e resine, da cui deriverà la tradizione della teriaca magistrale;
  • Gli Alexiphármaka: disamina sistematica dei veleni somministrati per via gastrointestinale, ripartiti nei tre regni della natura: tossine vegetali (cicuta maggiore, aconito, giusquiamo nero, semi di colchico, oppio e funghi tossici), sostanze animali (vesciche di cantaridina, salamandra, sangue animale decomposto) e composti minerali (sali di piombo quali la cerussa o biacca, preparati di rame, mercurio solfuro e solfuri di arsenico come l'orpimento e il realgar). Per ciascuna noxa tossica l'autore indica la sintomatologia e i relativi contravveleni, prescrivendo l'impiego immediato di sostanze emetiche, oli vegetali protettivi, latte tiepido quale demulcente gastrico e decotti aromatici evacuanti.

I trattati naturalistici e zoologici minori

Il manoscritto si conclude con due compendi faunistici parafrasati da Eutecnio, testimoni dell'integrazione tra zoologia e farmacopea derivata dal regno animale:

  • Gli Halieutiká (ff. 388r–423r): parafrasi del poema didascalico di Oppiano di Corico (redatto attorno al 180 d.C.) sulle specie marine, le tecniche di pesca e le peculiarità biologiche di pesci, crostacei e molluschi, con particolare rilievo per le specie provviste di spine o secrezioni velenifere (tracine, scorfani, razze) e per i derivati impiegati nell'allestimento di ceneri calcinate, sali marini e oli emollienti;
  • Gli Ornithiaká (ff. 474r–485v): parafrasi del trattato ornitologico attribuito a Dionisio di Filadelfia. Sebbene pervenuta frammentaria e mutila nella sezione terminale, l'opera conserva un celebre apparato iconografico (tra cui spicca la grande miniatura del f. 441r con la tavola d'insieme dei volatili), le cui carni, grassi e bile venivano frequentemente impiegati nella posologia della medicina antica.